15/05/2026
Per due anni Mauro Pili ha costruito una narrazione aggressiva e sistematica contro le rinnovabili, presentandosi come difensore assoluto della Sardegna e dell’ambiente. Un ruolo da paladino, sempre in prima linea contro pale e pannelli, con toni sempre più estremi.
Poi però basta andare indietro di poco per trovare un’altra storia. Nel 2022 scriveva sull’Unione Sarda un lungo articolo in cui esaltava il metanodotto Algeria–Sardegna, il cosiddetto GALSI, come infrastruttura strategica, inevitabile e addirittura salvifica per il futuro energetico dell’isola.
Un impianto narrativo completamente diverso: da una parte la retorica della “transizione ecologica tradita”, dall’altra la spinta convinta su un grande progetto fossile presentato come visione geopolitica avanzata.
E oggi il paradosso è evidente.
Di fronte alla pubblicazione degli espropri legati al metanodotto, lo stesso schema comunicativo si ripete: allarme, accuse, “truffa”, e la solita cornice catastrofista. Ma il punto non è il metanodotto in sé. Il punto è la selettività dell’indignazione.
Perché la metanizzazione non è una novità dell’ultima ora: è un progetto discusso, noto e pianificato da anni. Eppure, per lungo tempo, non ha occupato lo stesso spazio polemico riservato alle rinnovabili.
Il risultato è un quadro distorto: da un lato il racconto di un assedio energetico permanente, dall’altro un’attenzione intermittente su infrastrutture fossili ben più impattanti e strutturali.
La domanda, quindi, non è ideologica ma politica: si difende davvero il territorio in modo coerente, oppure si costruisce consenso selezionando di volta in volta il bersaglio più utile?
Perché quando l’indignazione cambia direzione a seconda del tema, il rischio è che non stia più parlando l’ambiente, ma la narrazione.
Dopo l’intesa del 2002 con la Regione Sarda e la Valutazione d’Impatto Ambientale ultima chiamata per l’Isola