08/01/2015
“Je suis Charlie”, così come sono Franck, l’unico agente addetto alla protezione del direttore del giornale e Ahmed, poliziotto ferito e giustiziato per la strada.
Da ieri non riesco a pensare ad altro se non a quello che è successo. Considero l’attentato di Parigi un punto di svolta, un cambiamento dal quale, pur volendolo con tutte le nostre forze, non abbiamo la possibilità di sottrarci.
Alcune considerazioni.
È stato dato tanto rilievo all’addestramento militare dimostrato dagli attentatori. Non mi sembra proprio. Nel video che termina con la morte del poliziotto Ahmed Merabet, vediamo due soggetti che incrociano le linee di tiro, ripiegano senza guardarsi le spalle, uno tiene l’AK per l’impugnatura penzoloni, mentre corre, con il rischio di spararsi sui piedi. Non così tanto addestramento dopotutto, forse appena quello che viene dato in certi campi (così come raccontato dai diretti protagonisti in altri episodi) anche a soggetti che poi non combatteranno mai: questo è un fucile AK, da qui spara, qui si impugna, qui si alimenta, qui si arma, non invertire l’ordine perché non otterrai lo stesso risultato; Inshallah!
Tanto rilievo viene dato alla necessità di bloccare gli sbarchi dei clandestini. Gli attentatori di Parigi sono musulmani, di origine algerina ma F R A N C E S I.
Questi due aspetti, tanto ricorrenti, viaggiano insieme: in verità per noi è meglio pensare che siamo stati attaccati da barbuti ed invincibili guerrieri Assiri, sbarcati di notte, piuttosto che dal fornaio o dallo studente con il quale prendiamo l’autobus la mattina. Se ci convinciamo che siamo stati attaccati da un Rambo musulmano siamo più tranquilli, quanti ce ne possono essere ancora? Due o tre? Riusciamo ad arginarli e controllarli. Che l’arma sia stata impugnata da un mezzo guerriero, anche se pieno di determinazione all’assassinio ci terrorizza. Così come non accettiamo, nel nostro intimo, l’idea che gli assassini non sono sbarcati o non sono stati paracadutati, ma vivono nel nostro quartiere.
E questo ci terrorizza perché è la realizzazione dei nostri incubi peggiori: il nemico non è alla porta…è già seduto sul nostro divano.
La cosa che più ci spaventa è ammettere che sia un cancro senza cura. Siamo abituati al terrorismo, con quello clandestino autoctono ci siamo cresciuti insieme, abbiamo anche imparato a dominare quello straniero degli anni 80 e 90. Focolai tumorali curabili. Prima di tutto, il popolo coeso ha espulso il male, identificato in pochi soggetti, rispetto alla moltitudine delle persone sane che lo hanno considerato nella maniera più giusta: un cancro.
Ora è cambiato tutto, per questo male non abbiamo la cura e non sappiamo nemmeno se abbiamo la capacità di orientare la ricerca per la nuova “medicina”.
Umberto Eco ha affermato che l’azione di Parigi ha voluto colpire la satira perché ci permette di ridere, perché la risata sconfigge la paura, il frutto del terrorismo. Purtroppo non è così. Sarebbe più rassicurante dare all’attacco di Parigi un significato più profondo. Un significato che non ha. È spaventoso considerare la strage dei disegnatori per quello che è: una semplice vendetta all’offesa portata alla religione. All’azione (la satira normale nel nostro mondo) corrisponde la reazione di vendetta. Questo è il significato: alzate la testa, dateci fastidio, e questa è la punizione.
Io ancora la forza per difendere ciò in cui credo, per osservare il cancro e per dare il mio contributo per trovare la cura, ma ho due bambine piccole ed ho paura per il loro futuro.
In bocca al lupo.