12/06/2024
LE STRADE ROMANE
Si ritiene che i romani abbiano ereditato l'arte di costruire le strade dagli Etruschi, migliorando il metodo e i materiali. In effetti diverse strade romane ricalcarono le strade etrusche, ad esempio la Via Flaminia attraverso l'ager veientanus e faliscus, o dei tratti di Claudia scavata nel tufo e ripavimentata poi dai romani, o la strada di Pietra Pertusa che collegava Veio con il Tevere, o tratti dell'Aurelia che segue la costa tirrenica fino a Pisa, o della Cassia, Armerina e Flaminia.
Le strade erano costruite secondo un preciso criterio: uno strato più profondo, statumen, di sassi e argilla; un secondo strato, rudus, fatto di pietre, mattoni rotti, sabbia, tutti impastati con calce; un terzo strato, nucleus, di pietrisco e ghiaia; una copertura, summum dorsum, di lastre levigate di pietra che combaciavano le une sulle altre appoggiate sul nucleus. Poichè erano costruite a strati, presero il nome di viae stratae, da cui il termine italiano strada, quello inglese street e quello tedesco strasse.
La costruzione iniziava con un sopralluogo dell'architetto, che stabiliva dove doveva passare la strada, poi toccava agli agrimensori, che individuavano i punti precisi dove doveva passare. Per questo usavano dei pali e la groma, per tracciare angoli retti.
La linea dei pali infissi nel terreno veniva chiamata rigor, perchè da seguire rigorosamente. L'architetto cercava poi di mantenere il tracciato dritto spostando i pali. Poi con la groma si tracciava la griglia sul piano stradale.
A questo punto sopraggiungevano i libratores che, con aratri e aiutati dai legionari con le spade, scavavano il terreno fino allo strato di roccia, o fino a uno strato solido. La profondità di questa fossa variava da terreno a terreno, che massimo poteva raggiungere 2 m di profondità, ma in genere andava dai 60 cm al m.
Per costruire la strada si riempiva la fossa con strati di materiali diversi. Il riempimento variava a seconda della località, del terreno e dei materiali a disposizione, in genere con strati di terra, sassi, brecciolino, pietra e sabbia fino a raggiungere il livello del terreno. A circa 60 cm - 1 m dalla superficie, la fossa veniva coperta di brecciolino e poi compattata, in latino pavire o pavimentare. La superficie piana o pavimentum, si poteva già utilizzare come strada, oppure ricoprire con altri strati. Alcune volte si metteva una "fondazione" in pietre piatte per supportare meglio gli strati superiori.
Il tutto veniva cementato con la calcina, prima uno strato di calcestruzzo grezzo di diversi centimetri, il rudus, poi uno equivalente a grana fine, il nucleus, venivano stesi sul pavimentum o statumen. Infine, si eseguiva il rivestimento in grosse lastre poligonali di basalto o calcare incastrate perfettamente tra loro; gli interstizi erano riempiti da brecciolina.
Le pietre non venivano squadrate per non dare una linea di frattura alla strada, continuamente sollecitata dai carri. I letti di pietre sbriciolate servivano anche a che le strade rimanessero asciutte, in quanto l'acqua filtrava attraverso le pietre, invece di formare fango.
Sopra si mettevano le pietre piatte che siamo abituati a vedere ancora oggi, dette summa crusta. Queste non erano disposte in piano, ma con il centro strada più alto dei bordi, per favorire lo scolo delle acque.
Dopo duemila anni, il cemento si è consumato, dando l'idea di una superficie su cui si viaggiasse molto male con un carro, ma la strada originale era invece quasi liscia. Queste notevoli strade erano resistenti alla pioggia, al gelo e alle inondazioni, e non avevano bisogno o quasi di riparazioni, come si può ben vedere ancora oggi, dopo due millenni.
Naturalmente il terreno su cui doveva passare una strada non era sempre privo di ostacoli, ruscelli si potevano superare con un semplice assito, un ponticello fatto a tavole di legno su due assi, piatto o a schiena d'asino, ma per un fiume era necessario un ponte. Gli architetti romani erano maestri in quest'arte, specie gli ingegneri militari.
I ponti in legno poggiavano su piloni infissi nel letto del fiume, oppure su basamenti in pietra. Il ponte interamente in pietra però richiedeva la costruzione ad arcate, una tecnica che i romani avevano appeso dagli Etruschi. I ponti romani erano così ben costruiti che molti di essi vengono usati tuttora.
Nei terreni paludosi si costruivano invece strade rialzate. Si segnava il percorso con dei piloni, poi si riempiva lo spazio fra di essi con grandi quantità di pietre, innalzando il livello stradale fino a 2 metri sopra la palude. Questo avveniva principalmente in Italia, mentre nelle province si costruivano i pontes longi, cioè lunghi ponti fatti con tronchi d'albero.
Nel caso di grandi massi che ostruivano il cammino, dirupi, terreni montuosi o collinari si ricorreva spesso a possenti sbancature o a gallerie, interamente scavate a braccia. La galleria della gola del Furlo, vicino a Fano, è romana e vi passa una strada statale.
Il viadotto di Ariccia, usato a tutt'oggi, è romano del II sec. a.c., lungo 231 m e alto fino a 13 m. Le strade romane procedevano sempre dritte, anche in terreni con forti pendenze. Non è raro trovare inclinazioni del 10%-12% in collina, e fino al 15%-20% in montagna.
Fonte: Romano Impero