26/03/2018
23 marzo 2018
Partiamo alle ore 5:40 da casa col pullmino. Sergio e compagne di viaggio ci aiutano a salire caricando bagagli e bimba, nel suo ovetto. Elena guarda stupita, rassicurata dalla nostra presenza e dai tanti sorrisi. A Imola saliamo sul pullman, su cui incontriamo una parte della compagnia, che si completa alla sosta a Ravenna. Baci e abbracci con Stefy, che non rivedevo da anni ed è una colonna portante dell'Unitalsi di Reggio.
Arriviamo ad Assisi, Basilica della Porziuncola, verso le 11. Il sole è più di quanto avremmo sperato dal meteo, anche se il vento raffredda l'aria.
Celebriamo la Messa nella Ca****la del SS. Sacramento. Il sacerdote (“autoctono”, noi non abbiamo preti con noi...) commenta il Vangelo di Giovanni (Gv 10, 31-42) e il Libro di Geremia. La persecuzione verso i giusti si ripete. I giudei volevano lapidare Gesù, perchè le Tenebre non sopportano la Luce, ma il giusto è sicuro che il Signore lo libererà.
Al tempo di Geremia non c'era la prospettiva della vita eterna, ma il profeta rimane fedele a Dio nella prova. Anche noi, bravi e buoni quando le circostanze sono favorevoli, dobbiamo dimostrare la nostra adesione. Alla Porziuncola facciamo una preghiera per l'indulgenza, ma io la seguo solo in parte, presa da pappe e cambio di pannolino.
Pranziamo alla “Domus Pacis”, struttura che Mattia già conosceva, accogliente, nuova e luminosa.
Un bis di primi e un secondo di pesce ci fanno dimenticare che è venerdì di Quaresima, l'applauso ai cuochi quasi li imbarazza.
Visitiamo la Basilica di San Francesco in modalità sprint, parlando con Maricica di bimbe (lei ne ha una di 4 anni, rimasta a casa col papà). Ci concediamo una piccola trasgressione visitando la Basilica Superiore sfidando la tabella oraria: non posso andarmene senza un saluto a Giotto e Cimabue, sempre capaci di emozionare.
L'arrivo a Collevalenza e la sistemazione nelle camere completa la giornata? Invece no! Dopo la cena (sempre a base di pesce, sempre ottima) ci ritroviamo nella cripta, dove commentiamo e preghiamo la Via Crucis.
24 marzo
Dopo la colazione, si parte per Todi. Il ritrovo è alle ore 8, ma avremmo dovuto presentarci alle porte qualche minuto prima... infatti troviamo già la “bolgia” e la fila per le macchinette per i cappuccini, dove inflessibili suorine richiedono il massimo ordine e il piattino sotto la tazza. Le regole sono regole, ma in realtà le religiose sono molto simpatiche e dispensano complimenti e benedizioni per me ed Elena.
Partiamo per Todi col pullman, guidato dal nostro Mansueto. Una cabinovia ci porta al centro della città, dove visitiamo la Basilica (ma prima, facciamo una sosta al caffè della piazza, grazie a una nostra consociata che offre per tutti). Io approfitto della pausa per comprare all'alimentari alcune pappine, visto che la mia scorta, nella confusione, è rimasta alla Domus Pacis e verrà recuperata solo domenica, grazie al forlivese “Billo”.
La chiesa principale è in stile gotico, a tre navate più una, piccola, sulla destra. Colonne e capitelli, diversi l'uno dall'altro, ci ricordano il substrato romano su cui la basilica sorge.
Celebriamo la Messa a Collevalenza alle 12, prima del pranzo. Elena, paziente e curiosa, gioca con la bambola “Todina” che le ho comprato in un negozio di souvenir per il suo settimo complimese.
Nel pomeriggio celebriamo la Liturgia delle acque. Confessione ed immersione nelle piscine, identiche a quelle di Lourdes tranne che per la temperatura dell'acqua, che qui è tiepida.
Finisco la confessione giusto in tempo per mettermi in fila per le acque col mio passeggino. Le volontarie ci fanno prendere una corsia preferenziale, e dopo pochi minuti ci troviamo dietro le tende. Ho poco tempo per preparare me ed Elena, sul fasciatotio. Il rito è suggestivo, ma la confusione e gli urli di altri bimbi inqiuetano la mia, che non prende tanto bene l'esperienza.
Rivestite in fretta, senza asciugarci come prevede la liturgia, ormai abbiamo perso il resto della compagnia, anche nonna Laura. Non mi resta che tornare in camera per riposarci un po'.
A malincuore devo rinunciare al rosario e alle testimonianze per Carlo, ma la cucciola ha diritto a un po' di gioco e a crollare per un paio di ore.
Raggiungiamo gli altri verso le 18, per ascoltare la testimonianza di Marina, che abita al Santuario da 34 anni. Servire è la gioia più grande, ci insegna Madre Speranza. Gesù, rappresentato in croce ma come un re, ha scritto sul cuore “charitas”. Chiediamoci cosa c'è scritto sul nostro. Mattia, in prima fila, fa il secchione e interviene per definire l'Unitalsi un “cuore aperto”, la Misericordia che ascolta i fratelli. Gesù ci chiede di amarci gli uni gli altri, nel servizio.
Marina, salutandoci al termine dell'incontro, si è accorta che ho allattato, nonostante mi fossi appartata, ma è contenta che lo abbia fatto.
Da cosa si vede se è oro quello che brilla? Dallo stare vicini nella sofferenza e nella prova. Ogni nostra vita è parola di Dio per chi ci incontra, per le persone che sono abituate, purtroppo, alla parola e alla cultira di morte che oggi ci circonda. Mi vengono in mente le parole del mio confessore: il mondo non è più quello dei miei 18 anni, oggi essere cristiani è ancora più difficile che un tempo.
Marina continua a spiegarci la simbologia scelta da Madre Speranza. Il cerchio bianco dietro la croce evoca l'Eucarestia, che nutre la nostra vita nel rapporto con l'altro.
Ricorda poi che la fondatrice raccomandava di leggere la Parola di Dio tutti i giorni e di preparare ogni cosa con cura per i pellegrini, e quindi per gli ospiti a casa nostra. É come preparare la Pasqua per Gesù in persona.
Riguardo alla sofferenza, lei amava dire che il Signore non permetterebbe nulla nella nostra vita, se non per portare ad un bene più grande; di non prendere la Croce come un castigo, perchè Dio vuole la nostra felicità, è come se non potesse essere felice senza di noi.
Marina ricorda un aneddoto riguardante un sacerdote un po' burbero. Le suore, dopo la sua morte, lo pensavano in Purgatorio, ma la madre disse che in realtà era già in Paradiso, perchè il Signore aveva tenuto conto di tutte le volte che si era sforzato di essere migliore.
L'icona di Maria Mediatrice, infine, ha un giglio bianco sul petto, per ricordarci che, come madre di Dio, è lei stessa redentrice e a lei dobbiamo rivolgerci con le preghiere.
Approfondiamo la scelta architettonica del complesso.
L'architetto, animato dalla fede, ha pensato ad ambienti un po' opprimenti, dominati dal calcestruzzo armato, alternati ad altri ampi e luminosissimi. I pellegrini, infatti, arrivano al santuario schiacciati dal peccato, per poi approdare alla grandezza della basilica superiore, all'altare circolare sovrastato da un'enorme corona sospesa, sostenuta da cavi d'acciaio, e formata da molti cilindri metallici saldati, uno diverso dall'altro, a dimostrare l'unità dell'umanità, nella diversità.
Il soffitto, in cemento, è solcato da una fenditura a forma di croce, il cui centro è proprio sopra l'altare.
La fondatrice, partita da casa, in una modesta cittadina del sud della Spagna il giorno 15 ottobre (non a caso Santa Teresa d'Avila), ha l'intenzione di diventare lei stessa santa. Non prende però subito i voti perpetui, perchè nei primi conventi non trova l'amore che cerca.
Poi ha l'intuizione: dimostrando umiltà e ironia, lei dice di sentirsi come una scopa. Sa che Dio l'ha scelta perchè è lo strumento più inutile che ha trovato. Ma se tutti fossimo così, che aria diversa si respirerebbe in casa, in famiglia! Si ritornerebbe a respirare, si smetterebbe di guardare al peccato, a rivangare il passato, perchè Dio perdona e dimentica.
Occorre infatti riconsegnare il “cantiere” più bello di quando c'è stato consegnato, e lo stesso lei ha fatto nel santuario che ha creato praticamente dal nulla, credendo alla voce che le diceva di cercare l'acqua a decine e decine di metri di profondità, lottando contro tutto e tutti.
L'8 febbraio del 1983 il cantiere è stato chiuso. E solo perchè Madre Speranza era una persona così piccola e “inutile” e nonostante ciò ha fatto un'opera grandiosa, solo così si può pensare ceh tutto sia stato possibile per opera divina.
La veglia che ha seguito la cena è stata...beh chiedetelo a Mattia, io ero in camera a giocare.
25/03
Colazione alle 8...eh no, oggi scendiamo prima, e pazienza se la sala è ancora chiusa. Nell'attesa ci concediamo un caffè insieme alla nostra nuova amica Alessandra, prof di chimica lucana e imolese d'adozione.
Dopo pane- b***o- marmellata, recitiamo le lodi e chi se la sente fa una testimonianza. Mattia “il secchione” colpisce ancora e ricorda ancora una volta il nostro Carlone, e l'inspiegabile fioritura dei non- ti scordar- di me, detti fiori della Madonna, a casa dei miei suoceri al momento della sia morte. Forse un segno?
La Messa delle 11 in Basilica chiude il pellegrinaggio. A proposito, finora l'avevo vista solo in foto. È davvero bella, luminosa e originale.
Oggi è la Domenica delle Palme, e così torniamo a casa con “un pezzo di Umbria” visto che da queste parti gli ulivi abbondano.
Il Vangelo di Marco (il racconto della Passione, Mc, 14,1- 15,47) è noto. Noi siamo chiamati a scegliere da che parte stare. Siamo come la folla che prima esalta Gesù all'ingresso a Gerusalemme, e poi lo vuole crocifisso? O gli siamo fedeli sino alla fine? Siamo chiamati a prendere posizione, a dimostrarci coraggiosi come cristiani.
Un bel pranzo (cannelloni, pollo fritto, patate, arrosto di vitello, crostata...dimentico qualcosa? Ah sì, insalata e frutta) completa il viaggio. Ripartiamo verso le 15, felici di un'esperianza che finalmente sono riuscita a condividere con l'Unitalsi e con la “Zaccari Family” quasi al completo.
Nicolino ha promesso che Elena avrà presto la sua spilla da unitalsiana, la più giovane della storia.