04/04/2021
: PASQUA, LE TRADIZIONI MENO NOTE DELLA DOMENICA PIÙ ATTESA DELL'ANNO
C'è una certezza che sembra mettere tutti d'accordo: Pasqua cade sempre di domenica. E se oggi le domeniche sono solamente giorni di riposo, è bene sapere che un tempo erano giornate particolari, scandite da tradizioni da ricordare e tradizioni senza dubbio da dimenticare...
Un detto di un tempo avvertiva che: «Che cco’ llavoro de la festa, ce se veste er diavolo», pertanto nel giorno che il Signore sfruttò per riposare dalla stanchezza della creazione, ogni attività era vista con sospetto. In alcuni casi si andava oltre il sospetto: nel caso si fosse scelto di far comunque il bucato, bisognava fare molta, molta attenzione perché se fossero emerse bolle dall'acqua, ci si sarebbe inimicate niente popò di meno che "l’anime der purgatorio"! Davvero un gran rischio!
Tuttavia sempre minore rispetto quello che si correva uscendo di casa. Già, in questo caso non sarebbe stato affatto difficile incappare in risse tra i bulli rivali.
Come raccontato da Zanazzo, i conti sembra si regolassero esclusivamente di domenica, soprattutto se legati a fatti d'onore da chiarire a suon di coltellate.
L'usanza era talmente radicata che un giorno di festa non era tale se non si concludeva senza i suoi sei, otto morti ammazzati. Era una consuetudine che lasciò prendersi la mano dagli eventi, fino a diventare una triste spettacolarizzazione della morte. Mi riferisco ad un triste carosello che divenne nella Roma ottocentesca un'attrazione per famiglie: dopo le risse al coltello, i cadaveri dei meno fortunati venivano sistemati in appositi locali sotterranei detti "li sfréddi".Queste cantine erano generalmente ubicate nei sotterranei delle chiese, che, grazie alle loro caratteristiche climatiche, garantivano per alcuni giorni la conservazione dei corpi; qui, a seguito di una piccola donazione ai sacerdoti, era possibile vedere con i propri occhi quanto già passava di bocca in bocca: "quelli che erano iti a mmorì ammazzati".
Nelle sue "tradizioni romane” Giggi Zanazzo lascia emergere una sua memoria personale a riguardo:
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M’aricordo che infinenta li regazzini diceveno ar padre: «A Tata, me porti a vvede’ quanti so’ stati oggi l’ammazzati?».
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Ed ancora:
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Appena succedeva una lita, si llì accanto c’era un fornaro, annisconneva subbito li cortelli sotto ar bancone; perchè si uno de li litiganti nun se trovava er cortello in saccoccia, co’ la scusa de fasse dà’ un sórdo de pane, lo sfilava da le mano der fornaro, e scappava.
Quello che ammazzava aveva sempre raggione; er morto se l’era sempre meritato.
Un proverbio nostro, infatti, dice:
«Nun dite pover’ômo a cchi mmôre ammazzato;
Perchè si ha ffatto er danno l’ha ppagato».
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La legge del coltello sostituiva a tutti gli effetti quella ortodossa e trovava nei delitti per lama bianca quella forma di giustizia che non sempre lo stato avrebbe garantito, per questo l'omertà era l'unico linguaggio comune a tutti i cittadini. All'arrivo delle guardie nessuno sapeva nulla, nessuno aveva visto nulla; principi semplicissimi alla base di un'altra legge non scritta che, se violata, bollava a vita il traditore come "vijacco".
Quasi sempre questa forma di giustizia popolare trovava un suo corso naturale nella vendetta familiare, dove il padre, il fratello, il figlio, o lo zio del morto, si faceveno giustizia da soli, assassinando a loro volta chi aveva ucciso il loro caro. Generalmente liquidare l'affronto si concludeva con l'uccisione dell'assassino senza trasformarsi in una faida familiare.
Anche perché raramente alla base dei delitti c'era la smania di potere, bensì rivalità in amore, nel gioco, o per rispondere con onore ad un affronto subito. La parola onore era forse alla base di ogni delitto. Uccidere all'epoca era una forma di riscatto morale da non confondere con le bravate della piccola malavita: ladri e rapinatori erano mal visti da tutti e si guardavano bene dall'usare i propri rasoi per uccidere. A loro era riservata la peggiore delle pene: l'essere ignorati da tutti gli strati della popolazione, addirittura dalla Chiesa che spesso si vedeva costretta ad iscriverli nel registro degli scomunicati, ovvero quelli che per credo sceglievano di non comunicarsi e soprattutto confessarsi per la Santa Pasqua.
La confessione e la comunione di Pasqua aveva un limite temporale: il 27 di agosto e davano diritto al ricevere dal padre officiante un biglietto che certificasse l'avvenuta prassi religiosa. La "certificazione" doveva essere recapitata alla propria parrocchia di appartenenza ed aveva la valenza di un certificato di buona condotta: chi si confessava non era certamente un delinquente con qualcosa da nascondere.
Fino al 1870, coloro non in grado di consegnare alla propria parrocchia il certificato erano esposti ad una sorta di pubblica gogna: i loro nomi e quelli delle loro famiglie erano affissi su grandi cartelli fuori dalla chiesa preposta al controllo; nel caso di Roma si trattava di San Bartolomeo all'isola.
Zanazzo ci spiega a riguardo un dettaglio interessante ed affatto scontato:
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Ma sse capisce che cciannàveno scritti tutti quelli che nun ciaveveno un scudo da rigalà’ nì ar sagrestano pe’ ffasse precurà’ un vijetto, nì a quelli bbizzochi farsi che ppijaveno Pasqua pe’ lloro e ppe’ le poste.
Tutti quelli che sse confessavene e ccommunicaveno sortanto in de l’occassione de Pasqua, ossia una vorta l’anno armeno, ereno chiamati li Pasqualini.
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Come riconoscere questi ultimi? La Chiesa di Roma aveva molti filtri alla quale sottoporre il popolo con lo scopo di tener sotto controllo la popolazione. Si poteva sfuggire ad alcuni di essi ma non a tutti. Oltre i sacramenti, che scandivano periodicamente la vita di tutti i popolani con cadenze regolari, lo strumento che definirei infallibile era la consueta benedizione pasquale. Grazie ad essa il sacerdote aveva modo di entrare annualmente in tutte le case e confrontarsi con tutte le famiglie; occasione ghiotta per conoscere di persona volti nuovi e situazioni interessanti. Era senza dubbio un'occasione non da poco per trarre tutte quelle informazioni
Necessarie alla compilazione del suo Stato delle anime - il censimento della Chiesa di Roma - e del volume delle Cronache. Anche i pasqualini non avevano scampo!
Sarei curioso di sapere se loro e gli scomunicati erano accettati alla tavola più ricca dell'anno, quella pasquale, appunto, soggetta come in tutti i giorni dell'anno ad una sorta di rigida etichetta popolare.
Ma qual' era il bon-ton della tavola all'ora? Sicuramente per il popolo non era importante il numero o la posizione delle posate.
Direi si trattasse piuttosto di una serie di norme legate ad antiche superstizioni popolari, alcune delle quali ancora vive tra le nostre abitudini, come per esempio il numero dei commensali, per i quali Zanazzo consiglia che:
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A ttavola nun bisogna mai metteccese a mmagnà’ in 13 persone, artrimenti drento l’anno, er più ppiccolo o un antro de li 13 che ccià mmagnato, môre.
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Direi perentorio! C'erano senza dubbio molti rischi legati alle superstizioni a tavola ma non tutti tanto pericolosi.
Per esempio un invitato che intendeva tornare ad essere accolto in una tavola, doveva far attenzione a non ripiegare in maniera ordinata la propria salvietta. Anche le posate Anche le posate erano massime sorvegliate: disporle a croce era considerato di pessimo augurio.
Sopravvissuta ancora oggi in molte famiglie è invece è la credenza che vorrebbe il sale versato a tavola come segno premonitore di una imminente sciagura, ma non solo.
L'autore del malsano incidente, una volta morto sarebbe condannato al purgatorio per raccogliere con le ciglia lo stesso quantitativo di sale versato, ovviamente granello per granello.
La radice della superstizione è chiaramente pagana e di senso pratico: il sale ebbe in passato un'importanza paragonabile solo a quella del denaro.
Forse l'unica raccomandazione legata alla religione era quella che invitava a non fare giochi a tavola in presenza della tovaglia perché, come racconta la tradizione, su la tavola apparecchiata, i soldati si giocarono a dadi la veste di Gesù.
E malgrado la povertà, quella di pasqua era sempre una tavola ben apparecchiata.
Oltre al decoro di una mensa ben preparata, quello che ad oggi sopravvive della ricca tradizione popolare di quei giorni, è forse il cibo, vero cuore pulsante intorno al quale per secoli si sono succedute varie tradizioni spirituali e comportamentali.
Per comprendere meglio cosa intenda, mi avvalgo del sonetto "La Santa Pasqua", dedicato da Giuseppe Gioachino Belli alla grande festa culinaria che poneva fine alle astensioni gastronomiche inflitte al popolino negli otto giorni di quaresima. Tra i suoi versi assistiamo ad un trionfo di cibo che si espone su di una tavola imbandita senza sorta di umiltà, cominciando dal brodetto e dall'agnello, per poi proseguire con la pizza ricresciuta, il salame e le uova. Addirittura la zuppa inglese, poi chiarisce: non è un peccato d'ingordigia, assolutamente no, anzi, è tutto per la gloria e la grandezza della Santa Chiesa:
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Ecchece a Pasqua. Già lo vedi, Nino:
la tavola è infiorata sana sana
d'erba-santa-maria, menta romana
sarvia, perza,viole e rosmarino.
Già sò pronti dall'antra sittimana
dieci fiaschetti e un bon baril de vino
già pe grazzia de Dio fuma er cammino
pe celebbrà sta festa a la cristiana.
Cristo è risuscitato: alegramente!
In sta giornata nunz'abbadi a spesa
e nin ze penzi a guai un accidente.
Brodetto, ova, salame,zuppa ingresa,
carciofoli, granelli e 'r rimanente,
tutto a la grolia de la Santa Chiesa".
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Le ricchissime memorie di Zanazzo citando il menù pasquale non sembrano cedere al gusto belliano per il sarcasmo, ed anzi si limitano egli elementi essenziali di una ricca tavola, quelle che definirei irrinunciabili costanti:
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Er giorno de Pasqua, l’agnèllo, er brodetto, l’ôva, er salame e la pizza rincresciuta.
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Mentre il Belli scende simpaticamente sempre più nel dettaglio di quelli che per lui erano e sono ancor oggi gli elementi essenziali di una Pasqua a tavola:
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L'ova e er zalame
A oggni pasqua che vviè, ppropio st’usanza
pare, che sso... cche mm’arieschi nova.
Non ze fa ccolazzione e nnun ze pranza
si mmanca er piatto de salame e dd’ova.
Mica parlo per odio a sta pietanza,
ché, ssi vvolete, un gusto sce se prova;
e, cquanno nun fuss’antro, la freganza
c’un zalame pò ddà, ddove se trova?
Io dico de l’usanza der custume
de mannà ssempr’a ccoppia ov’e ssalame:
questo è cch’io scerco chi mme dassi un lume.
Uhm, quarche giro sc’è: ssi nnò ste Dame
l’averebbeno ggià mmannat’ in fume
mentre a l’incontro n’hanno sempre fame.
4 aprile 1834
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Lasciandoci alle spalle il sarcasmo dei versi della nostra tradizione, vorrei chiudere con quelli più classici e popolari di Guido Gozzano e quelli più leggeri e giocosi di un Rodari sempre pronto a tirar fuori da tutto e tutti uno spirito giocoso ed infantile, portatore di sano buon umore:
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Pasqua
A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile s’affaccia
ai muri della casa centenaria.
Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
spietatamente, con tenaci braccia.
Quand’ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l’antica pia favola dell’ovo.
Guido Gozzano
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Il poeta de "le sue piccole di pessimo gusto", riconduce all'essenzialità del messaggio racchiuso nell'uovo: la nascita, quella quotidiana e per eccellenza.
La metafora è ricondotta al linguaggio più caro a Gozzano: quello essenziale e popolare della vita contadina. Di fatto quello più vero e quasi sempre alla base della nostra cultura.
Seguendo la tradizione, anche Rodari che conduce l'uovo attraverso un breve viaggio metaforico. Lo fa trasformandolo in pulcino "di gesso arancione" portatore di un messaggio universale, l'invito alla pace.
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Dall’uovo di Pasqua
Dall’uovo di Pasqua
è uscito un pulcino
di gesso arancione
col becco turchino.
Ha detto: ‘Vado,
mi metto in viaggio
e porto a tutti
un grande messaggio’.
E volteggiando
di qua e di là
attraversando
paesi e città
ha scritto sui muri,
nel cielo e per terra:
‘Viva la pace,
abbasso la guerra’.
Gianni Rodari
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Il messaggio di pace prosegue anche attraverso quest'ultima filastrocca, dove anche il gatto cacciatore rimane attonito ed impotente davanti ai messaggi di pace e rinascita connessi al senso più profondo della Pasqua cristiana.
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Il pulcino marziano
Ho visto, a Pasqua, sbarcare
dall’uovo di cioccolato
un pulcino marziano.
Di certo il comandante
di quell’uovo volante
di zucchero e cacao
con la zampa ha fatto ciao.
E il gatto, per la sorpresa,
non ha detto neanche: “Miao".
Gianni Rodari
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Il mio augurio più caro a tutti voi, soprattutto a quei poveretti che mesi fa hanno pensato di onorare il vecchio detto: "Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi". A loro un personale pensiero: siate positivi.
Buona Pasqua.
Testo di Alessandro Grammaroli
Foto tratte dal web
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