Grammaroli - memorie e memoria

Grammaroli - memorie e memoria Grammaroli dal 1906 è una bottega storica per la lavorazione artistica del marmo.

I fratelli Gianni e Mauro, fondatori della Ditta Grammaroli, iniziano l'attività nel 1959, Gianni consegue il primo diploma di "artigiano marmista" il 30 Giugno 1965. Tuttora Gianni, con la collaborazione dei figli, conduce l’azienda nei diversi rami delle opere Funerarie ed artistiche, con particolare attenzione rivolta verso i vari aspetti del restauro monumentale, edile, consolidamenti speciale

nei Beni Monumentali. Per realizzare quanto sopra, l'impresa si avvale di collaboratori, impiegati, e operai, per la maggior parte dipendenti della stessa da molti anni. La nostra impresa assume commesse che porta a termine insieme al suo personale specializzato, supervisionando i lavori in modo che il committente rimanga pienamente soddisfatto.

 : PASQUA, LE TRADIZIONI MENO NOTE DELLA DOMENICA PIÙ ATTESA DELL'ANNOC'è una certezza che sembra mettere tutti d'accord...
04/04/2021

: PASQUA, LE TRADIZIONI MENO NOTE DELLA DOMENICA PIÙ ATTESA DELL'ANNO
C'è una certezza che sembra mettere tutti d'accordo: Pasqua cade sempre di domenica. E se oggi le domeniche sono solamente giorni di riposo, è bene sapere che un tempo erano giornate particolari, scandite da tradizioni da ricordare e tradizioni senza dubbio da dimenticare...
Un detto di un tempo avvertiva che: «Che cco’ llavoro de la festa, ce se veste er diavolo», pertanto nel giorno che il Signore sfruttò per riposare dalla stanchezza della creazione, ogni attività era vista con sospetto. In alcuni casi si andava oltre il sospetto: nel caso si fosse scelto di far comunque il bucato, bisognava fare molta, molta attenzione perché se fossero emerse bolle dall'acqua, ci si sarebbe inimicate niente popò di meno che "l’anime der purgatorio"! Davvero un gran rischio!
Tuttavia sempre minore rispetto quello che si correva uscendo di casa. Già, in questo caso non sarebbe stato affatto difficile incappare in risse tra i bulli rivali.
Come raccontato da Zanazzo, i conti sembra si regolassero esclusivamente di domenica, soprattutto se legati a fatti d'onore da chiarire a suon di coltellate.
L'usanza era talmente radicata che un giorno di festa non era tale se non si concludeva senza i suoi sei, otto morti ammazzati. Era una consuetudine che lasciò prendersi la mano dagli eventi, fino a diventare una triste spettacolarizzazione della morte. Mi riferisco ad un triste carosello che divenne nella Roma ottocentesca un'attrazione per famiglie: dopo le risse al coltello, i cadaveri dei meno fortunati venivano sistemati in appositi locali sotterranei detti "li sfréddi".Queste cantine erano generalmente ubicate nei sotterranei delle chiese, che, grazie alle loro caratteristiche climatiche, garantivano per alcuni giorni la conservazione dei corpi; qui, a seguito di una piccola donazione ai sacerdoti, era possibile vedere con i propri occhi quanto già passava di bocca in bocca: "quelli che erano iti a mmorì ammazzati".
Nelle sue "tradizioni romane” Giggi Zanazzo lascia emergere una sua memoria personale a riguardo:
*************
M’aricordo che infinenta li regazzini diceveno ar padre: «A Tata, me porti a vvede’ quanti so’ stati oggi l’ammazzati?».
*************
Ed ancora:
*************
Appena succedeva una lita, si llì accanto c’era un fornaro, annisconneva subbito li cortelli sotto ar bancone; perchè si uno de li litiganti nun se trovava er cortello in saccoccia, co’ la scusa de fasse dà’ un sórdo de pane, lo sfilava da le mano der fornaro, e scappava.
Quello che ammazzava aveva sempre raggione; er morto se l’era sempre meritato.
Un proverbio nostro, infatti, dice:
«Nun dite pover’ômo a cchi mmôre ammazzato;
Perchè si ha ffatto er danno l’ha ppagato».
*************
La legge del coltello sostituiva a tutti gli effetti quella ortodossa e trovava nei delitti per lama bianca quella forma di giustizia che non sempre lo stato avrebbe garantito, per questo l'omertà era l'unico linguaggio comune a tutti i cittadini. All'arrivo delle guardie nessuno sapeva nulla, nessuno aveva visto nulla; principi semplicissimi alla base di un'altra legge non scritta che, se violata, bollava a vita il traditore come "vijacco".
Quasi sempre questa forma di giustizia popolare trovava un suo corso naturale nella vendetta familiare, dove il padre, il fratello, il figlio, o lo zio del morto, si faceveno giustizia da soli, assassinando a loro volta chi aveva ucciso il loro caro. Generalmente liquidare l'affronto si concludeva con l'uccisione dell'assassino senza trasformarsi in una faida familiare.
Anche perché raramente alla base dei delitti c'era la smania di potere, bensì rivalità in amore, nel gioco, o per rispondere con onore ad un affronto subito. La parola onore era forse alla base di ogni delitto. Uccidere all'epoca era una forma di riscatto morale da non confondere con le bravate della piccola malavita: ladri e rapinatori erano mal visti da tutti e si guardavano bene dall'usare i propri rasoi per uccidere. A loro era riservata la peggiore delle pene: l'essere ignorati da tutti gli strati della popolazione, addirittura dalla Chiesa che spesso si vedeva costretta ad iscriverli nel registro degli scomunicati, ovvero quelli che per credo sceglievano di non comunicarsi e soprattutto confessarsi per la Santa Pasqua.
La confessione e la comunione di Pasqua aveva un limite temporale: il 27 di agosto e davano diritto al ricevere dal padre officiante un biglietto che certificasse l'avvenuta prassi religiosa. La "certificazione" doveva essere recapitata alla propria parrocchia di appartenenza ed aveva la valenza di un certificato di buona condotta: chi si confessava non era certamente un delinquente con qualcosa da nascondere.
Fino al 1870, coloro non in grado di consegnare alla propria parrocchia il certificato erano esposti ad una sorta di pubblica gogna: i loro nomi e quelli delle loro famiglie erano affissi su grandi cartelli fuori dalla chiesa preposta al controllo; nel caso di Roma si trattava di San Bartolomeo all'isola.
Zanazzo ci spiega a riguardo un dettaglio interessante ed affatto scontato:
*************
Ma sse capisce che cciannàveno scritti tutti quelli che nun ciaveveno un scudo da rigalà’ nì ar sagrestano pe’ ffasse precurà’ un vijetto, nì a quelli bbizzochi farsi che ppijaveno Pasqua pe’ lloro e ppe’ le poste.
Tutti quelli che sse confessavene e ccommunicaveno sortanto in de l’occassione de Pasqua, ossia una vorta l’anno armeno, ereno chiamati li Pasqualini.
*************
Come riconoscere questi ultimi? La Chiesa di Roma aveva molti filtri alla quale sottoporre il popolo con lo scopo di tener sotto controllo la popolazione. Si poteva sfuggire ad alcuni di essi ma non a tutti. Oltre i sacramenti, che scandivano periodicamente la vita di tutti i popolani con cadenze regolari, lo strumento che definirei infallibile era la consueta benedizione pasquale. Grazie ad essa il sacerdote aveva modo di entrare annualmente in tutte le case e confrontarsi con tutte le famiglie; occasione ghiotta per conoscere di persona volti nuovi e situazioni interessanti. Era senza dubbio un'occasione non da poco per trarre tutte quelle informazioni
Necessarie alla compilazione del suo Stato delle anime - il censimento della Chiesa di Roma - e del volume delle Cronache. Anche i pasqualini non avevano scampo!
Sarei curioso di sapere se loro e gli scomunicati erano accettati alla tavola più ricca dell'anno, quella pasquale, appunto, soggetta come in tutti i giorni dell'anno ad una sorta di rigida etichetta popolare.
Ma qual' era il bon-ton della tavola all'ora? Sicuramente per il popolo non era importante il numero o la posizione delle posate.
Direi si trattasse piuttosto di una serie di norme legate ad antiche superstizioni popolari, alcune delle quali ancora vive tra le nostre abitudini, come per esempio il numero dei commensali, per i quali Zanazzo consiglia che:
*************
A ttavola nun bisogna mai metteccese a mmagnà’ in 13 persone, artrimenti drento l’anno, er più ppiccolo o un antro de li 13 che ccià mmagnato, môre.
*************
Direi perentorio! C'erano senza dubbio molti rischi legati alle superstizioni a tavola ma non tutti tanto pericolosi.
Per esempio un invitato che intendeva tornare ad essere accolto in una tavola, doveva far attenzione a non ripiegare in maniera ordinata la propria salvietta. Anche le posate Anche le posate erano massime sorvegliate: disporle a croce era considerato di pessimo augurio.
Sopravvissuta ancora oggi in molte famiglie è invece è la credenza che vorrebbe il sale versato a tavola come segno premonitore di una imminente sciagura, ma non solo.
L'autore del malsano incidente, una volta morto sarebbe condannato al purgatorio per raccogliere con le ciglia lo stesso quantitativo di sale versato, ovviamente granello per granello.
La radice della superstizione è chiaramente pagana e di senso pratico: il sale ebbe in passato un'importanza paragonabile solo a quella del denaro.
Forse l'unica raccomandazione legata alla religione era quella che invitava a non fare giochi a tavola in presenza della tovaglia perché, come racconta la tradizione, su la tavola apparecchiata, i soldati si giocarono a dadi la veste di Gesù.
E malgrado la povertà, quella di pasqua era sempre una tavola ben apparecchiata.
Oltre al decoro di una mensa ben preparata, quello che ad oggi sopravvive della ricca tradizione popolare di quei giorni, è forse il cibo, vero cuore pulsante intorno al quale per secoli si sono succedute varie tradizioni spirituali e comportamentali.
Per comprendere meglio cosa intenda, mi avvalgo del sonetto "La Santa Pasqua", dedicato da Giuseppe Gioachino Belli alla grande festa culinaria che poneva fine alle astensioni gastronomiche inflitte al popolino negli otto giorni di quaresima. Tra i suoi versi assistiamo ad un trionfo di cibo che si espone su di una tavola imbandita senza sorta di umiltà, cominciando dal brodetto e dall'agnello, per poi proseguire con la pizza ricresciuta, il salame e le uova. Addirittura la zuppa inglese, poi chiarisce: non è un peccato d'ingordigia, assolutamente no, anzi, è tutto per la gloria e la grandezza della Santa Chiesa:
*************
Ecchece a Pasqua. Già lo vedi, Nino:
la tavola è infiorata sana sana
d'erba-santa-maria, menta romana
sarvia, perza,viole e rosmarino.
Già sò pronti dall'antra sittimana
dieci fiaschetti e un bon baril de vino
già pe grazzia de Dio fuma er cammino
pe celebbrà sta festa a la cristiana.
Cristo è risuscitato: alegramente!
In sta giornata nunz'abbadi a spesa
e nin ze penzi a guai un accidente.
Brodetto, ova, salame,zuppa ingresa,
carciofoli, granelli e 'r rimanente,
tutto a la grolia de la Santa Chiesa".
*************
Le ricchissime memorie di Zanazzo citando il menù pasquale non sembrano cedere al gusto belliano per il sarcasmo, ed anzi si limitano egli elementi essenziali di una ricca tavola, quelle che definirei irrinunciabili costanti:
*************
Er giorno de Pasqua, l’agnèllo, er brodetto, l’ôva, er salame e la pizza rincresciuta.
*************
Mentre il Belli scende simpaticamente sempre più nel dettaglio di quelli che per lui erano e sono ancor oggi gli elementi essenziali di una Pasqua a tavola:
*************
L'ova e er zalame
A oggni pasqua che vviè, ppropio st’usanza
pare, che sso... cche mm’arieschi nova.
Non ze fa ccolazzione e nnun ze pranza
si mmanca er piatto de salame e dd’ova.
Mica parlo per odio a sta pietanza,
ché, ssi vvolete, un gusto sce se prova;
e, cquanno nun fuss’antro, la freganza
c’un zalame pò ddà, ddove se trova?
Io dico de l’usanza der custume
de mannà ssempr’a ccoppia ov’e ssalame:
questo è cch’io scerco chi mme dassi un lume.
Uhm, quarche giro sc’è: ssi nnò ste Dame
l’averebbeno ggià mmannat’ in fume
mentre a l’incontro n’hanno sempre fame.
4 aprile 1834
*************
Lasciandoci alle spalle il sarcasmo dei versi della nostra tradizione, vorrei chiudere con quelli più classici e popolari di Guido Gozzano e quelli più leggeri e giocosi di un Rodari sempre pronto a tirar fuori da tutto e tutti uno spirito giocoso ed infantile, portatore di sano buon umore:
*************
Pasqua
A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile s’affaccia
ai muri della casa centenaria.
Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
spietatamente, con tenaci braccia.
Quand’ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l’antica pia favola dell’ovo.
Guido Gozzano
*************
Il poeta de "le sue piccole di pessimo gusto", riconduce all'essenzialità del messaggio racchiuso nell'uovo: la nascita, quella quotidiana e per eccellenza.
La metafora è ricondotta al linguaggio più caro a Gozzano: quello essenziale e popolare della vita contadina. Di fatto quello più vero e quasi sempre alla base della nostra cultura.
Seguendo la tradizione, anche Rodari che conduce l'uovo attraverso un breve viaggio metaforico. Lo fa trasformandolo in pulcino "di gesso arancione" portatore di un messaggio universale, l'invito alla pace.
*************
Dall’uovo di Pasqua
Dall’uovo di Pasqua
è uscito un pulcino
di gesso arancione
col becco turchino.
Ha detto: ‘Vado,
mi metto in viaggio
e porto a tutti
un grande messaggio’.
E volteggiando
di qua e di là
attraversando
paesi e città
ha scritto sui muri,
nel cielo e per terra:
‘Viva la pace,
abbasso la guerra’.
Gianni Rodari
*************
Il messaggio di pace prosegue anche attraverso quest'ultima filastrocca, dove anche il gatto cacciatore rimane attonito ed impotente davanti ai messaggi di pace e rinascita connessi al senso più profondo della Pasqua cristiana.
*************
Il pulcino marziano
Ho visto, a Pasqua, sbarcare
dall’uovo di cioccolato
un pulcino marziano.
Di certo il comandante
di quell’uovo volante
di zucchero e cacao
con la zampa ha fatto ciao.
E il gatto, per la sorpresa,
non ha detto neanche: “Miao".
Gianni Rodari
*************
Il mio augurio più caro a tutti voi, soprattutto a quei poveretti che mesi fa hanno pensato di onorare il vecchio detto: "Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi". A loro un personale pensiero: siate positivi.

Buona Pasqua.
Testo di Alessandro Grammaroli
Foto tratte dal web

++++++++++
Conosci qualche aneddoto curioso o qualche dettaglio che arricchisce questa questa storia? Commenta questo post e raccontaci quello che sai!
++++++++++
***************
Se questo post ti è piaciuto, condividi e clicca Mi Piace sulla nostra pagina, ogni settimana troverai interessanti post come quello che hai appena letto!
***************

 : TRA UN MARITOZZO ED UN FILETTO DI BACCALÀ SI ATTENDEVA UN TEMPO LA PASQUAConfusione. Disorientamento. Smarrimento. Qu...
28/03/2021

: TRA UN MARITOZZO ED UN FILETTO DI BACCALÀ SI ATTENDEVA UN TEMPO LA PASQUA
Confusione. Disorientamento. Smarrimento. Questi sono i sentimenti che sembrano alternarsi in questo strano periodo; vittime di uno storico isolamento viviamo il terrore della vita nel bunker tipica degli anni di guerra fredda, mentre la un ritmo quotidiano lento ed inesorabile, ci conduce verso una crescente perdita della coscienza temporale.
Non sappiamo con certezza che giorno della settimana stia iniziando la mattina e la consapevolezza di trascorrere giornate uguali alle altre priva i giorni di festa di quel senso di esclusività che generalmente li contraddistingue. Ho ascoltato dalla tv che presto sarà Pasqua. Voi ve ne siete resi conto? Forse sarà domenica, anzi, sicuramente sarà domenica ma ad oggi sembra essere l'unica certezza. Faremo la colazione con la corallina e le uova sode? Se le troveremo, probabilmente sì ma sarà altro a mancare: quella spiritualità che da sempre caratterizza questo periodo e che sembra assottigliarsi di anno in anno. Eppure il patrimonio folklorico di questo periodo è davvero ricchissimo. Di tutto. Del sacro, del profano e della memoria.
Perché la Quaresima era la quaresima! 40 giorni ininterrotti di ritualità e tradizioni.
Periodo di preghiera, sacrifici e rinunce che da sempre comincia con le "Cénnere" e che si caratterizzava principalmente per il digiuno spirituale e per le così dette "vigilie comandate" o "di magro". Ci racconta Giggi Zanazzo che:
****************************
Quanno in quaresima, verso sera, sentimo un certo sôno d’una campana, dimo pe’ pproverbio: — La campana sôna a mmerluzzo: è ssegno che ddomaní è vviggija.
E infatti in queli quaranta ggiorni de bbaccalà se ne fa un gran consumo.
****************************
Per motivi di salute si poteva essere dispensati dalle ristrettezze alimentari semplicemente avvisando il proprio parroco che, dopo il pagamento di un obolo, garantiva l'apertura della propria dispensa.
Un lato meno noto del sacrificio devozionale era quello che riguardava il consumo dei maritozzi, consumati alacremente in segno di fede. Sono certo che in molti sarebbero anche morti per dimostrare la propria fede!
Cosa non si farebbe per devozione...
*****************************
A ttempo mio, tutte le paine e li paini4, come ppuro li minenti de Roma, annaveno a Ssan Pietro ogni vennardì dde marzo, e cco’ la scusa de sentì’ la predica, faceveno conversazione, sgrinfiàveno5 e ciancicàveno maritòzzi.
A cchi cciannava, acquistava l’indurgenza.
*****************************
Anche il Papa e la sua corte si recavano tradizionalmente a San Pietro e l'immagine di quel corteo fatto di cardinali, dai rappresentanti della Guardia Nobile e dagli svizzeri, tutti col loro bel maritozzo in mano fa sorridere. Oggi chi penserebbe mai che invece ogni morso era un'assoluzione? Poveretti...
Un'altra usanza curiosa era quella delle "scalette de mezza quaresima". Una sorta di gioco che vedeva coinvolti ignari passanti, alle spalle dei quali venivano spillate senza esser visti delle scalette fatte di carta.
Poi li si seguiva gridando d'improvviso "Acqua! acqua!".
Se il poveretto scampava all'infarto, non è detto riuscisse ad evitare anche le secchiate d'acqua magicamente evocate dal biblico grido di «acqua». I buontemponi più scanzonati sembra approfittassero per svuotare il pitale.
Non so voi, ma io personalmente preferisco la penitenza del maritozzo...
Oltre ai già citati sacrifici delle cene di pesce e maritozzi, ci si dedicava anche alla preghiera, in maniera particolare gli ultimi otto giorni della quaresima, un periodo che prendeva il nome di "ottavario der catechisimo" o "Missione".
Non era un'usanza amata dal popolo che la considerava alla stregua di un'azione punitiva. Riguardava in vero tutte le attività commerciali che erano costrette a chiudere all'ora di pranzo per seguire le prediche pubbliche per la comprensione del catechismo e la liturgia ordinaria. Tutto chiuso fino all'Ave Maria.
Immaginate lo smarrimento provocato dalla chiusura di quelle che erano le attività ricreative del tempo: cantine, osterie caffè e tabaccherie.
Per sentirci un po' nei panni di un uomo del tempo, affidiamoci ad un sonetto del Belli: L'ottavario del catechismo.
*****************************
Come diavolo mai! Pare un distino!
Che tt'abbi da venì sta fantasia,
Sto gran bisogno d'un bicchier de vino
Proprio quann'è inibbita l'osteria.
Lo capisco ch'er beve un fujjettino
Nun ze po dì a rrigore un'eresia.
Ma sti ggiorni è un giudìo chi ha ssete, infino
Che nun zente sonà lla vemmaria.
Er Papa sa cquer che sse fa, ffijjolo
E nun deve soffrì cch'er catachisto
Parli ar muro e se sfiati da se solo.
"Serrato indove se beve e se magna
pe' rabbia d'ozzio se va in chiesa; e Cristo
sempre quarche filetto lo guadagna".
30 marzo 1835
*****************************
La Settimana Santa era tuttavia caratterizzata da molte tradizioni che interessavano i temi più disparati e distanti, si andava senza imbarazzi dalla salvezza dell'anima al cibo con una naturalezza che oggi imbarazzerebbe.
Il giovedì santo si visitavano per esempio i sepolcri. Occorreva raggiungere il numero di sette per guadagnare l'indulgenza plenaria. Nel caso in cui non si raggiungesse questo numero, si raccomandava almeno fossero un numero dispari.
Lo stesso giorno si legavano inoltre tutte le campane della città in segno di lutto, affidando ai chierichetti sulle porte dei santuari, l'incarico di scandire con un campanaccio il mezzogiorno, le ore delle messe o di altre funzioni.
Zanazzo annota il fatto che usassero anche "tricchettracche" e prosegue ricordando che
*****************************
A ttempo mio, li regazzini, in ’ste giornate; annaveno co’ le mazzole a sbatte a ttutte le porte, li portoncini e li portoni de le case e dde le bbotteghe per avvisà’ la ggente quann’era mezzogiorno e ll’avemmaria.
*****************************
Oltre al correre dietro alle scalette e scappare di portone in portone, a li regazzini piacevano anche altri aspetti della Pasqua. Le uova di cioccolato erano lungi a ve**re, così le gioie si nascondevano nelle piccole cose. Come le luminarie, per esempio.
In principio, durante il giovedì ed il venerdì santo, si decorava di moccolotti una gran croce di metallo appesa sull'altar maggiore di San Pietro, poi qualcuno si lasciò prendere la mano e negli anni cominciò ad illuminarsi tutta l'immensa basilica.
Doveva essere magnifica l'atmosfera: festosa eppure raccolta.
Allegra ma intrisa di spiritualità e di fame dopo 40 giorni di limitazioni alimentari.
Cito ancora Zanazzo per rivivere un po' quel clima:
****************************
Ne le du’ sere der gioveddì e vennardì ssanto, li pizzicaroli romani aùseno a ffa’ in de le bbotteghe la mostra de li caci, de li preciutti, dell’ôva e dde li salami.
Certi ce metteno lo specchio pe’ ffa’ li sfónni, e ccert’antri cce fanno le grotte d’ôva o dde salami, co’ ddrento er sepporcro co’ li pupazzi fatti de bbutiro, che sso’ ’na bbellezza a vvedesse.
E la ggente, in quela sera, uscenno da la visita de li sepporcri, va in giro a rimirà’ le mostre de pizzícaroli de pórso, che ffanno a ggara a cchi le pô ffa’ mmejo.
*****************************
Durante il sabato santo si svolgevano le ultime prediche pubbliche e molte terminavano aprendo la Pasqua con un battesimo di fuoco. Davanti le chiese veniva acceso un grande rogo, nel quale il predicatore piangendo e urlando col crocifisso in mano tirava libri proibiti, coltelli, amuleti e tutto ciò che potesse essere contrario alla fede.
So a cosa state pensando. La risposta è no. I maritozzi proprio no. Quelli erano amici dell'uomo già da allora.
E le campane? Quando le scioglievano? Anch'esse alla fine della Quaresima e con il loro suono preannunciavano la festa, anzi, l'inferno! Era il momento che aspettavano tutti i bambini che erano usi far eco al suono delle campane sparando zaganelle, bòtti, mortaletti e tutto ciò che fosse esplosivo.
Tutti gli adulti adoravano intanto il Signore inginocchiati nelle proprie case, anche perché dopo tanti fioretti al sapore di filetto di baccalà e tante indulgenze guadagnate maritozzo dopo maritozzo, dubito seriamente riuscissero a stare ancora in piedi!
Testo di Alessandro Grammaroli
Foto tratta da ROMA SPARITA

++++++++++
Conosci qualche aneddoto curioso o qualche dettaglio che arricchisce questa questa storia? Commenta questo post e raccontaci quello che sai!
++++++++++
***************
Se questo post ti è piaciuto, condividi e clicca Mi Piace sulla nostra pagina, ogni settimana troverai interessanti post come quello che hai appena letto!
***************

IL SOSIANella chiesa dei Cappuccini in via Veneto, dedicata a Santa Maria della Concezione, il quadro del primo altare a...
18/03/2021

IL SOSIA

Nella chiesa dei Cappuccini in via Veneto, dedicata a Santa Maria della Concezione, il quadro del primo altare a destra è opera di Guido Reni E rappresenta l’Arcangelo Michele che vince il demonio.

La pittura fu affidata al Reni dal fondatore della Chiesa, il cardinale Antonio Barberini, al quale il pittore così scriveva: "vorrei possedere un pennello divino per dipingere la bellezza celeste dell’Arcangelo Michele, ma a me non è dato giungere al cielo, né in terra potrò mai trovare tale bellezza".
Tuttavia l’Arcangelo riuscì così bello che quelli del suo tempo lo trovavano paragonabile all'Apollo del Belvedere.
I contemporanei però erano anche d'accordo nel trovare che il Reni era riuscito a dipingere la bruttezza del diavolo in modo insuperabile.

Si racconta fosse meno soddisfatto il cardinale G. Battista Pamphili (più tardi Papa Innocenzo X), poiché i tratti del demone vinto mostravano una notevole somiglianza a quelli di questo principe della Chiesa.
Reni, chiamato a rendere conto di tale somiglianza rispose: “L’Angelo non potevo vederlo e dovetti dipingerlo secondo la mia fantasia; il demone invece l'ho incontrato parecchie volte, l'ho guardato attentamente e ho fissato i suoi tratti proprio come li ho visti…”.

La ragione del tiro che Reni giocò al cardinale era questa: il cardinale aveva parlato della fissa in modo sprezzante.

EPPUR SI MUOVE Galileo, chiamato a render conto della sua eresia, fu relegato nella torre dell’Osservatorio del Vaticano...
12/03/2021

EPPUR SI MUOVE

Galileo, chiamato a render conto della sua eresia, fu relegato nella torre dell’Osservatorio del Vaticano.
Si era probabilmente scelta questa significativa dimora per dare al suo spirito l’occasione, con l’aiuto degli strumenti là esistenti, di rivedere il suo “orrore” e in seguito confessarlo.
Altro luogo dove fu imprigionato Galileo è la Villa Medici al Pincio; e un terzo posto a Roma, intimamente collegato con l’«Eppur si Muove» è un edificio adiacente a S. Maria sopra Minerva, anticamente un chiostro dove l?Inquisizione e la Congregazione dell’indice tenevano le loro sedute.
Qui Galileo abiurò nel 1633.
Però non appena pronunciata l’abiura alla quale fu forzato, esclamò:
«Eppur si muove…».

In occasione del 71° Festival della Canzone Italiana, proponiamo un sonetto di Trilussa, il cui titolo dice tutto:  ER M...
02/03/2021

In occasione del 71° Festival della Canzone Italiana, proponiamo un sonetto di Trilussa, il cui titolo dice tutto: ER MAESTRO DE MUSICA E LA MOSCA. Buona lettura!
Un celebre Maestro
era rimasto nun se sa si quanti
giorni dell'anno co' la penna in mano
e la carta de musica davanti
per aspettà che je venisse l'estro:
ma, spreme spreme, nun j'usciva gnente.
Ècchete che un ber giorno
una Mosca zozzona e impertinente
agnede franca franca
sopra la carta bianca,
e je ce fece tanti punti neri
come quelli che spesso avrete visto
ne le vetrine de li pasticceri.
— Chi sà — disse er Maestro — che 'sta Mosca,
che m'ha messo 'sti segni, nun conosca
le note de la musica? Chissà
che lei, senza volello, m'abbia fatto
er pezzo der prim'atto?
Questo è un do, questo è un re, si, si, la, fa... —
E du' o tre vorte lo provò ar pianforte.
Er motivo era bello, e da quer giorno,
quanno la Mosca je volava intorno,
nu' je faceva sciò, nu' la cacciava:
anzi, er più de le vorte, se ciaveva
er zucchero o er candito, je lo dava
pe' fasse fa' più punti che poteva.
Ma una matina, invece
de falli su la carta, je li fece
sopra a certe camice innammidate
portate allora da la stiratrice.
Che vôi sentì er Maestro! Era un ossesso!
— Br**ta p***a che sei! Br**ta vassalla!
Chi t'ha imparato a fa' 'ste zozzerie
su le camice mie? —
E je coreva appresso p'acchiappalla.
La Mosca allora j'arispose male;
dice: — Vojantri séte tutti eguale:
ammazza ammazza, tutti d'una razza.
Nun fate caso a certe puzzonate
finché ve fanno commodo, ma quanno
capite che ve possino fa' danno,
diventate puliti, diventate!...
Io, invece de chiamalla pulizzia,
la chiamerebbe con un antro nome... —
Però la Mosca nu' je disse come:
fece quattro puntini e scappò via.

PRIMATIA Roma si racconta che:LA PIÙ GRANDE PALA D'ALTARE dipinta ad olio su muro, sembrerebbe essere quella dell'altare...
19/02/2021

PRIMATI

A Roma si racconta che:
LA PIÙ GRANDE PALA D'ALTARE dipinta ad olio su muro, sembrerebbe essere quella dell'altare maggiore nella chiesa dei SS. Apostoli, eseguita da Domenico Muratori nel 1704.(esperti moderni assicurano tuttavia che sia dipinto non sul muro, ma su tela). Misura, secondo il Nibby, 87 palmi per 40, e calcolando un palmo circa 23 centimetri, le sue dimensioni sarebbero di 20 metri per 10 circa.

TRATTORIA TRENTUNO Si chiamava semplicemente Trentuno la trattoria che si trovava in Piazza San Pietro a destra del colo...
12/02/2021

TRATTORIA TRENTUNO

Si chiamava semplicemente Trentuno la trattoria che si trovava in Piazza San Pietro a destra del colonnato, pare doveva questo nome a Giordano Bruno.
Il grande filosofo che, prima dai frati del suo ordine e poi da tutto il clero, fu accusato di eresia, aveva d’altra parte una larga schiera di seguaci e con trenta di questi fedeli pare si intrattenesse spesso la sera in questa trattoria a discutere problemi filosofici, religiosi e politici.

Bruno, abbandonato il chiostro fu, dopo sette anni di prigionia nel 1600, arso vivo in Campo dei Fiori.
Nell’ottocento fu retta nello stesso luogo una sua statua.
Sulla piazza dove un giorno guizzarono le fiamme, regna oggi un più pacifico ritmo di vita e si tiene quotidianamente uno dei più grandi mercati di Roma.

Leggenda però non si accorda con le date storiche. Secondo queste, Bruno avrebbe difficilmente avuto occasione di tenere tali riunioni alla trattoria Trentuno. Infatti egli venne a Roma la prima volta quando un patrizio Veneto lo denunciò all’Inquisizione, che lo chiamò per imprigionarlo appena arrivato.

Secondo un'altra versione, la trattoria avrebbe preso questo nome da un gruppo di Trentun carbonari campeggiato da Mazzini, che solevano riunirsi in quel luogo. Romantica invece, fu la versione data dall'ultimo proprietario del ristorante: si chiamava così, diceva lui, perché un tempo era frequentata da un asiduo gruppo di Trentuno cacciatori.

Davanti ar Crocefisso d'una Chiesauna candela accesase strugge dall'amore e dalla fede,je dà tutta la lucetutto quanto e...
07/02/2021

Davanti ar Crocefisso d'una Chiesa
una candela accesa
se strugge dall'amore e dalla fede,
je dà tutta la luce

tutto quanto er calore che possiede,
senza abbadà se er foco
la logra e la riduce a poco a poco.
Chi non arde non vive.

–Trilussa

S.P.Q.R.Tu che procedi attraverso la Città Eterna, forse a testa bassa e tutto assorto in qualche tuo problema , leggi o...
29/01/2021

S.P.Q.R.

Tu che procedi attraverso la Città Eterna, forse a testa bassa e tutto assorto in qualche tuo problema , leggi ogni tanto inciso sul selciato: “S.P.Q.R.”
Tu che stai aspettando l’autobus o il tram, rileggi sulle vetture, ai lati e di fronte: S.P.Q.R.
Tu che vuoi dissetarti ad una delle innumerevoli fontane non ne puoi fare a meno di vedere davanti a te la sigla.

“Senatus Popolus Que Romanus” è il significato delle quattro lettere che vengono incise su tutte le manifestazioni comunali romane, attraverso i tempi e le vicende.

Naturalmente la stessa sigla è incisa sul piedistallo della statua di Cesare.

Sono più di di 2000 anni che la legge del Senato e del popolo di Roma rimane inalterata nella civiltà e consacrata dal simbolo: S.P.Q.R.

LO STEMMA DEL “BARBIERE” Venendo da Via XX Settembre si scorgono sull’arco di Porta Pia, ai due lati e nel centro, tre b...
29/01/2021

LO STEMMA DEL “BARBIERE”

Venendo da Via XX Settembre si scorgono sull’arco di Porta Pia, ai due lati e nel centro, tre bianchi bassorilievi le cui intenzioni particolari non appaiono facilmente comprensibili; il passante non avvertitovi scorgerebbe solo ornamenti architettonici senza un significato particolare.
Ma cosa sono essi in realtà?
Un bacile per barba con dentro un pezzo di sapone e circondato da un asciugamano ornato perfino di Francia.
L’artista fu certamente guidato dall’intenzione di giocare un cattivo scherzo a Papa Pio IV, che aveva fatto costruire la porta su disegno di Michelangelo nel 1546.
Questo Papa, sebbene appartenesse a casa Medici, aveva fra i suoi antenati (così si racconta) un barbiere, le cui insegne di mestiere sono appunto ricordate nei tre rilievi.
Il popolo romano che ha il senso della tradizione, non deve aver dato molto peso a questa origine tramandata dalla leggenda o, se ne ha dato, deve essere stato in fondo orgoglioso di vedere quanto lontano possa arrivare un semplice discendente di barbiere.
In ogni modo questo stemma singolare è uno di quei graziosi scherzi del barocco di cui Roma abbonda.
foto tratta dal web

Indirizzo

Via Delle Idrovore Di Fiumicino 201
Fiumicino
00054

Orario di apertura

Lunedì 08:30 - 17:00
Martedì 08:30 - 17:00
Mercoledì 08:30 - 17:00
Venerdì 08:30 - 17:00
Sabato 08:30 - 17:00

Telefono

+390645556459

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Grammaroli - memorie e memoria pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'azienda

Invia un messaggio a Grammaroli - memorie e memoria:

Condividi

Digitare