04/07/2026
𝗟𝗮 𝗽𝗮𝗰𝗰𝗵𝗶𝗮 𝗲̀ 𝗳𝗶𝗻𝗶𝘁𝗮. 𝗠𝗮 𝗳𝗼𝗿𝘀𝗲, 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗮 𝘃𝗲𝗿𝗮 𝗺𝗮𝗻𝗶𝗳𝗮𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗶𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮𝗻𝗮, 𝗲̀ 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗹’𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶𝗼.
Negli ultimi cinque anni – diciamocelo chiaramente, nel post-Covid – abbiamo assistito alla produzione di un lusso con "poco lusso". Soprattutto nel settore delle calzature, i grandi brand hanno inseguito i volumi, pensando di poter vendere qualsiasi cosa, a qualsiasi prezzo, forti solo del proprio logo.
Oggi i numeri dicono altro. La supremazia del "vendo a prescindere" è crollata. Ma qual è la vera causa di questa crisi?
La risposta sta nella filiera, che ha perso valore a causa di un vuoto normativo e di controllo.
Linee guida assenti: mancano regole scritte e severe che definiscano cosa sia davvero la qualità del Made in Italy. Nessuno ha controllato se quei prodotti rispecchiassero l'eccellenza che decantavano.
Mani esperte, tutele zero: nessuno ha controllato se il lavoro di quegli artigiani straordinari fosse correttamente retribuito. Abbiamo svenduto il know-how tollerando zone d'ombra che hanno impoverito il tessuto produttivo.
Ma se la pacchia è finita per chi ha speculato sul brand, non è finita per le nostre fabbriche.
I nostri calzaturifici sanno ancora fare tutto: sanno creare, organizzare, scegliere i materiali migliori, produrre e proporre. Il mondo là fuori cerca ancora la qualità autentica, non solo l'etichetta. Se un brand vuole realizzare un prodotto nel nostro Paese applicando il vero marchio Made in Italy, lo spazio per produrre in Italia c'è ancora. Ma deve stare alle regole.
Non possiamo più accettare audit soggettivi, scritti e gestiti dai brand stessi per autocertificarsi o per imporre logiche di comodo. Gli audit e i controlli devono essere quelli del Made in Italy: oggettivi, rigidi e controllati.
Serve una "DOCG della moda".
Come avviene nel settore alimentare con i prodotti DOC o DOCG, anche l'alto artigianato dell'abbigliamento e della calzatura deve essere tutelato dallo Stato e riconosciuto nel mondo attraverso un disciplina rigida.
Non basta un bollino sul prodotto finale. Serve un marchio di eccellenza basato su un controllo di filiera totale e trasparente, che verifichi:
1) La reale provenienza e qualità dei materiali.
2) Il rispetto e la giusta retribuzione del lavoro umano, con standard italiani.
Queste parole risulteranno scomode a qualcuno. Ma ritengo che riflettere su questi punti sia vitale per mantenere in piedi la filiera italiana. Un settore storico, strategico, cruciale per l'economia del nostro Paese e che, personalmente, sento il dovere e il desiderio di proteggere.
Solo così il consumatore tornerà a pagare per il valore reale di ciò che acquista, e non solo per il logo che ci viene stampato sopra.
È il momento di riscrivere le regole del gioco. Se volete il saper fare italiano, dovete rispettare la filiera italiana.
"Restituiamo il valore a chi le scarpe le fa, non solo a chi le vende"
Daniele Ferradini