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03/09/2026

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Nel 1934, in un vigneto di Capestrano (AQ), un contadino intento a dissodare il proprio terreno, rinvenรฌ i frammenti di una statua che ,ricomposti, mostrarono un le fattezze di un guerriero. Il suo ritrovamento portรฒ alla scoperta di una grande necropoli e di numerosi manufatti ornamentali femminili.
La scultura, del VI secolo a.C., รจ stata ricavata da un unico blocco di pietra calcarea ed รจ alta, 209 cm esclusa la base. Il copricapo, dall'incredibile ampiezza, รจ una calotta emisferica con una cresta innestata nel centro. I lineamenti del volto, sono stilizzati per alcuni e vera maschera protettiva o funeraria per altri. All'altezza del cuore una coppia di dischi, Kardiophilakes, proteggono torace e schiena. La vita รจ circondata da un'ampia cintura divisa in cinque fasce. Rappresenta molto probabilmente un guerriero dell'antico popolo italico dei Vestini, una delle opere piรน significative dell'arte italica.
Persino lโ€™epigrafe incisa su un lato, dal basso allโ€™alto, รจ scritta utilizzando un alfabeto difficile da decifrare, contribuendo cosรฌ ad incrementare il mistero del โ€œGuerriero di Capestranoโ€, oggi conservato a Chieti nel Museo Nazionale Archeologico

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In 1934, in a vineyard in Capestrano (AQ), a farmer intent on tilling his land found fragments of a statue which, when recomposed, showed the features of a warrior. His discovery led to the discovery of a large necropolis and numerous female ornamental artefacts.
The sculpture, from the 6th century BC, was carved from a single block of limestone and is 209 cm high excluding the base. The headdress, of incredible size, is a hemispherical cap with a crest inserted in the center. The facial features are stylized for some and a real protective or funerary mask for others. At the heart, a pair of discs, Kardiophilakes, protect the chest and back. The waist is surrounded by a wide belt divided into five bands. It most likely represents a warrior of the ancient Italic people of the Vestini, one of the most significant works of Italic art.
Even the epigraph engraved on one side, from bottom to top, is written using an alphabet that is difficult to decipher, thus contributing to increasing the mystery of the "Warrior of Capestrano", today preserved in Chieti in the National Archaeological Museum

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En 1934, en un viรฑedo de Capestrano (AQ), un agricultor que se disponรญa a cultivar su tierra encontrรณ fragmentos de una estatua que, recompuesta, mostraba los rasgos de un guerrero. Su descubrimiento dio lugar al descubrimiento de una gran necrรณpolis y numerosos artefactos ornamentales femeninos.
La escultura, del siglo VI a.C., fue tallada en un solo bloque de piedra caliza y mide 209 cm de altura sin incluir la base. El tocado, de increรญble tamaรฑo, es un gorro semiesfรฉrico con una cimera insertada en el centro. Los rasgos faciales son estilizados para algunos y una autรฉntica mรกscara protectora o funeraria para otros. En el corazรณn, un par de discos, Kardiophilakes, protegen el pecho y la espalda. La cintura estรก rodeada por un cinturรณn ancho dividido en cinco bandas. Probablemente represente a un guerrero del antiguo pueblo itรกlico de los Vestini, una de las obras mรกs significativas del arte itรกlico.
Incluso el epรญgrafe grabado en una cara, de abajo hacia arriba, estรก escrito en un alfabeto difรญcil de descifrar, contribuyendo asรญ a aumentar el misterio del "Guerrero de Capestrano", hoy conservado en Chieti en el Museo Arqueolรณgico Nacional.

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02/09/2026

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In angolo incontaminato nel Sud della Sardegna, lungo la costa Sud orientale, si trova un patrimonio geologico unico nel nostro Paese.
E' una straordinaria formazione rocciosa formatasi milioni di anni fa, in seguito a eventi vulcanici effusivi (colate laviche) del retrostante duomo vulcanico spento di Monte Ferru. L'accumulo di lava milioni di anni fa ha dato origine a questi eccezionali basalti colonnari che si specchiano nel amre.
Il sito si trova nel comune di Muravera, poco distante dal faro di Capo Ferrato, esattamente tra Cala sa Figu e la spiaggia di Portu sโ€™Ilixi, due piccoli angoli di paradiso sardi.
Spostandoci a nord-ovest, in provincia di Sassari, troviamo Punta Nura Corona, un sito di interesse naturalistico e geologico per la presenza di basalti colonnari, rocce vulcaniche che presentano una caratteristica fratturazione colonnare.
La genesi di questo tipo di roccia รจ relativa alle eruzioni vulcaniche antiche di epoca Plio-pleistocenica (3-5 milioni di anni fa).
Spingendosi a sud, verso il nel Medio Campidano, nel pieno centro abitato del comune di Guspini, si trova una formazione geologica rarissima, un piccolo cono vulcanico, dichiarato monumento naturale e patrimonio dellโ€™Umanitร  dallโ€™Unione europea, originato dal raffreddamento lento e graduale della lava, che ha creato perfette fessure verticali delle colonne, che delimitano prismi a sezione poligonale.

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In an uncontaminated corner in the South of Sardinia, along the south-eastern coast, there is a unique geological heritage in our country.
It is an extraordinary rock formation formed millions of years ago, following effusive volcanic events (lava flows) from the extinct volcanic dome of Monte Ferru behind it. The accumulation of lava millions of years ago gave rise to these exceptional columnar basalts that are reflected in the sea.
The site is located in the municipality of Muravera, not far from the Capo Ferrato lighthouse, exactly between Cala sa Figu and the beach of Portu sโ€™Ilixi, two small corners of Sardinian paradise.
Moving north-west, in the province of Sassari, we find Punta Nura Corona, a site of naturalistic and geological interest for the presence of columnar basalts, volcanic rocks that have a characteristic columnar fracture.
The genesis of this type of rock is related to ancient volcanic eruptions of the Plio-Pleistocene era (3-5 million years ago).
Going south, towards the Medio Campidano, in the very centre of the town of Guspini, there is a very rare geological formation, a small volcanic cone, declared a natural monument and a World Heritage Site by the European Union, originating from the slow and gradual cooling of the lava, which created perfect vertical cracks in the columns, which delimit polygonal section prisms.

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01/09/2026

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(Scroll down for English or Spanish below)
Vardzia, muta ed immutabile, si apre con le sue mille bocche sul fianco del monte Erusheli, nel sud della Georgia.
Piรน di seimila stanze, disposte su tredici piani, si nascondevano nel ventre della montagna, una cittร /monastero rupestre, voluta dalla regina Tamara, che la fece costruire nel 1185 per difendersi dallโ€™invasione dei mongoli.
Il fiore allโ€™occhiello di questo complesso consisteva nel suo sistema di irrigazione, che portava lโ€™acqua alle terrazze coltivate. Questa incredibile fortezza resistette allโ€™invasione dei mongoli, ma nel 1283 dovette arrendersi alla forza della natura: un terremoto fece crollare la parte piรน esterna della cittร , lasciando aperte ed in balia degli elementi le sale interne.
Circa i due terzi della cittร  furono distrutti, ma nonostante questo una comunitร  di monaci rimase ad abitare il monastero fino al 1551, quando la conquista musulmana decretรฒ la fine della vita monastica.

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Vardzia, silent and unchanging, opens with its thousand mouths on the side of Mount Erusheli, in southern Georgia.
More than six thousand rooms, arranged over thirteen floors, hid in the belly of the mountain, a cave city / monastery, commissioned by Queen Tamara, who had it built in 1185 to defend herself from the invasion of the Mongols.
The flagship of this complex was its irrigation system, which brought water to the cultivated terraces. This incredible fortress resisted the invasion of the Mongols, but in 1283 it had to surrender to the force of nature: an earthquake caused the outermost part of the city to collapse, leaving the internal rooms open and at the mercy of the elements.
About two thirds of the city was destroyed, but despite this a community of monks remained to inhabit the monastery until 1551, when the Muslim conquest decreed the end of monastic life.

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Vardzia, silenciosa e inmutable, se abre con sus mil bocas en la ladera del monte Erusheli, en el sur de Georgia.
Mรกs de seis mil habitaciones, dispuestas en trece plantas, escondรญan en el vientre de la montaรฑa una ciudad/monasterio cueva, mandada construir por la reina Tamara, que la mandรณ construir en 1185 para defenderse de la invasiรณn de los mongoles.
El buque insignia de este complejo era su sistema de riego, que llevaba agua a las terrazas cultivadas. Esta increรญble fortaleza resistiรณ la invasiรณn de los mongoles, pero en 1283 tuvo que rendirse a la fuerza de la naturaleza: un terremoto provocรณ el derrumbe de la parte mรกs externa de la ciudad, dejando las estancias internas abiertas y a merced de la intemperie.
Unas dos terceras partes de la ciudad fueron destruidas, pero a pesar de ello quedรณ una comunidad de monjes que habitaron el monasterio hasta 1551, cuando la conquista musulmana decretรณ el fin de la vida monรกstica.

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31/08/2026

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Nellโ€™antica Adramytteion, sulla costa occidentale dellโ€™attuale Turchia, gli archeologi stanno riportando alla luce una grande villa romana decorata con mosaici policromi. Tra Meduse, uccelli, pesci e creature alate sono comparsi perรฒ due soggetti molto meno solenni: un gatto e un cane, entrambi accompagnati dal proprio nome.

๐ŸˆAccanto al gatto compare unโ€™iscrizione con un nome che significa โ€œSmeraldoโ€, mentre il cane era chiamato Okyanos, โ€œOceanoโ€.

Un dettaglio apparentemente minuscolo, ma archeologicamente molto interessante. Invece di essere semplici animali decorativi, come se ne trovano moltissimi nellโ€™arte romana, questi due sono stati individualizzati: qualcuno volle che chi entrava in quella stanza sapesse come si chiamavano.

Il mosaico apparteneva a uno dei grandi ambienti di rappresentanza di una residenza organizzata attorno a un atrio e riccamente decorata con pavimenti musivi e pareti affrescate. Nel solo salone settentrionale erano disposti 15 pannelli figurati, con animali, una testa di Medusa e persino un cavallo alato, simbolo giร  utilizzato secoli prima sulle monete della cittร .

Gli archeologi sono perรฒ prudenti: lo studio completo delle iscrizioni non รจ ancora stato pubblicato e non possiamo affermare con certezza che si trattasse davvero degli animali domestici della famiglia. I nomi potrebbero aver avuto anche un significato simbolico.

๐Ÿ‘Ma se Smeraldo e Oceano furono davvero il gatto e il cane di quella casa, allora quel pavimento ci ha conservato qualcosa di sorprendentemente familiare.
Sono trascorsi circa duemila anni, la villa รจ diventata una rovina e dei suoi proprietari sappiamo pochissimo. Eppure, per qualche ragione, conosciamo ancora il nome dei loro animali.

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At ancient Adramytteion, on the western coast of present-day Tรผrkiye, archaeologists are uncovering a large Roman villa decorated with colourful mosaics. Among Medusas, birds, fish and winged creatures, however, two much less solemn subjects have appeared: a cat and a dog, each accompanied by a name.

๐ŸพNext to the cat is an inscription with a name meaning โ€œEmeraldโ€, while the dog was called Okyanos, โ€œOcean.โ€

It may seem like a tiny detail, but archaeologically it is a very interesting one. Rather than being generic decorative animals, as so often happens in Roman art, these two figures were individualised: someone wanted the people entering that room to know what they were called.

The mosaic belonged to one of the main reception rooms of a richly decorated residence arranged around an atrium, with mosaic floors and painted walls. In the northern hall alone there were 15 figurative panels, including animals, a Medusa head and even a winged horse, a symbol that had already appeared centuries earlier on the cityโ€™s coinage.
Archaeologists are cautious, however: the complete study of the inscriptions has not yet been published, and we cannot say with certainty that these were actually the familyโ€™s pets. The names may also have had a symbolic meaning.

But if Emerald and Ocean really were the cat and dog of that household, then this floor has preserved something surprisingly familiar.
Around two thousand years have passed, the villa became a ruin and we know very little about its owners. Yet, for some reason, we may still know the names of their animal

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30/08/2026

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Nella vegetazione che circonda il complesso monumentale di Vat Phou, nel Laos meridionale, si trova un grande masso scolpito dalla forma tanto singolare quanto inquietante.
รˆ conosciuto come la Pietra del Coccodrillo perchรฉ sulla sua superficie appare incisa la sagoma di un enorme rettile. Le profonde cavitร  ricavate nella roccia, tuttavia, sembrano poter accogliere anche il corpo disteso di una persona. Proprio questa caratteristica ha alimentato lโ€™ipotesi che il masso possa essere stato utilizzato come altare rituale.

Vat Phou รจ un antico santuario di origine khmer, costruito ai piedi del monte Phou Kao e inserito in un paesaggio sacro progettato secondo la concezione hindu del rapporto fra montagna, acqua e mondo umano. Il complesso e gli insediamenti circostanti sono riconosciuti dallโ€™UNESCO come Patrimonio dellโ€™Umanitร .

Secondo una tradizione locale, nellโ€™antico regno di Chenla si sarebbero svolti sacrifici umani annuali per ottenere il favore delle divinitร . Alcuni testi cinesi del VI secolo riferiscono effettivamente lโ€™esistenza di sacrifici rituali presso i Chenla. Non esiste perรฒ una prova archeologica definitiva che colleghi queste cerimonie proprio alla Pietra del Coccodrillo.

Rimane quindi una domanda ancora senza risposta: la roccia raffigurava semplicemente un animale sacro oppure era davvero il luogo in cui venivano deposte delle vittime?
Un monumento autentico, misterioso e ancora oggi capace di mostrare quanto sottile possa essere il confine tra archeologia, tradizione e leggenda.

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Hidden among the vegetation surrounding the monumental complex of Vat Phou, in southern Laos, lies a large carved boulder with a shape that is as unusual as it is unsettling.
It is known as the Crocodile Stone because the outline of a huge reptile appears to have been carved into its surface. The deep hollows cut into the rock, however, also seem large enough to hold the body of a person lying down. This feature has led to the theory that the stone may once have been used as a ritual altar.

Vat Phou is an ancient Khmer sanctuary built at the foot of Mount Phou Kao, within a sacred landscape designed according to the Hindu concept of the relationship between mountains, water and the human world. The complex and the surrounding settlements are recognised by UNESCO as a World Heritage Site.
According to local tradition, annual human sacrifices were once performed in the ancient kingdom of Chenla to gain the favour of the gods. Chinese texts dating to the 6th century do indeed mention ritual sacrifices among the Chenla. However, no conclusive archaeological evidence has ever directly connected these ceremonies with the Crocodile Stone itself.

One question therefore remains unanswered: did the rock simply represent a sacred animal, or was it truly a place where victims were laid down for sacrifice?
An authentic and mysterious monument that still reveals how thin the boundary can be between archaeology, tradition and legend.

๐Ÿ“ท: The Cocrodile Stone, Laos Photo : Graham Prentice
Source : https://www.atlasobscura.com/places/crocodile-stone

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29/08/2026

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Il 26 agosto, nelle montagne al confine tra Nepal e Tibet, un enorme collasso di ghiaccio e roccia ha innescato una sequenza di eventi che in pochi minuti si รจ trasformata in una delle piรน gravi catastrofi recenti dellโ€™Himalaya.

Le prime analisi delle immagini satellitari indicano che una parte del settore inferiore di un ghiacciaio, a circa 5.200 metri di quota, si รจ staccata precipitando per circa 1.200 metri verso il fondovalle. Durante la caduta la massa ha trascinato con sรฉ roccia e sedimenti, trasformandosi in una gigantesca valanga di ghiaccio e detriti.

Il materiale ha raggiunto il sistema fluviale del Lhende, creando temporaneamente uno sbarramento naturale. Quando questo ha ceduto, acqua, fango, massi e ghiaccio si sono riversati a valle attraverso il Bhote Koshi e il Trishuli. In alcuni punti il livello del fiume รจ aumentato di circa 9 metri in appena mezzโ€™ora, travolgendo villaggi, strade, ponti e infrastrutture.

Inizialmente si era parlato di un terremoto come possibile causa del disastro. Successivamente lo USGS ha stabilito che il segnale sismico registrato era stato prodotto dallo stesso collasso di ghiaccio e roccia e dal successivo flusso di detriti, non da un sisma che lo aveva preceduto.

Ma la catena di eventi non si รจ fermata lรฌ. I detriti hanno formato un nuovo lago di sbarramento a monte del confine; nelle ultime ore il bacino ha superato i 2,5 milioni di metri cubi e ha iniziato a tracimare, costringendo temporaneamente a sospendere le operazioni di soccorso prima che il rischio venisse giudicato piรน gestibile.

Mentre scriviamo, il bilancio provvisorio รจ drammatico: 489 vittime confermate in Nepal e 5 in Tibet, con quasi 1.000 persone ancora disperse. Numeri che purtroppo possono ancora cambiare mentre proseguono le ricerche.

Le cause precise del collasso sono ancora oggetto di studio. Gli scienziati stanno valutando il ruolo delle condizioni meteorologiche, della fusione recente della neve, della struttura del versante e della crescente instabilitร  degli ambienti glaciali; attribuire giร  oggi questo singolo evento direttamente al cambiamento climatico sarebbe prematuro.

Questa tragedia mostra con estrema durezza cosa significhi parlare di rischi naturali โ€œa cascataโ€: un cedimento in alta montagna puรฒ trasformarsi prima in valanga, poi in sbarramento fluviale, quindi in piena improvvisa e infine generare nuovi pericoli molto piรน a valle.

Il nostro pensiero va alle vittime, ai dispersi e alle comunitร  che in queste ore stanno affrontando le conseguenze di questa catastrofe.

๐Ÿ“ท: European Union, Copernicus Sentinel-2 imagery

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28/08/2026

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Lโ€™Auriga di Delfi รจ uno dei piรน straordinari esempi di scultura in bronzo giunti fino a noi dallโ€™antica Grecia.
La statua venne probabilmente commissionata da Polizalo, tiranno di Gela, in Sicilia, per celebrare la vittoria del proprio carro ai Giochi Pitici, avvenuta nel 478 oppure nel 474 a.C.
In origine lโ€™Auriga faceva parte di un grande gruppo scultoreo composto dal carro, dai cavalli e forse da altre figure, del quale oggi rimangono soltanto pochi frammenti. La statua, alta circa 1,80 metri, raffigura un giovane conducente a grandezza naturale nellโ€™istante successivo alla vittoria: non esulta, ma mantiene un atteggiamento composto e solenne, secondo lโ€™ideale greco del controllo e della misura.
Lโ€™opera venne realizzata assemblando diverse sezioni fuse separatamente in bronzo e successivamente rifinite a freddo con grande precisione. Alcuni dettagli erano impreziositi dallโ€™impiego di materiali differenti: argento per la fascia posta sul capo, rame per le ciglia e pietre, vetro e altri inserti per gli occhi.
Proprio gli occhi intarsiati rappresentano uno degli elementi piรน affascinanti della statua. Lo sguardo appare ancora oggi sorprendentemente vivo e realistico, una caratteristica rara tra i grandi bronzi antichi sopravvissuti.
Lโ€™Auriga รจ giunto fino a noi in condizioni eccezionali, nonostante la perdita del braccio sinistro. A differenza di moltissime statue in bronzo dellโ€™antichitร , fuse nei secoli successivi per recuperarne il metallo, rimase sepolto in seguito a una frana che interessรฒ il santuario di Delfi, forse in occasione del terremoto del 373 a.C. Proprio il crollo che lo nascose contribuรฌ a proteggerlo dalla distruzione.
Quando venne riportato alla luce, nel 1896, durante gli scavi condotti presso il santuario, fu rinvenuto in tre parti principali: la testa con la porzione superiore del busto, la parte inferiore del corpo e il braccio destro.
Secondo alcune testimonianze antiche, i bronzi conservati a Delfi potevano assumere particolari riflessi bluastri. Anche lโ€™Auriga mostrava, al momento della scoperta, tonalitร  insolite, successivamente attenuate dallโ€™esposizione allโ€™aria e sostituite dalla piรน comune patina verdastra, sebbene alcune tracce siano ancora visibili nella parte inferiore della statua.
Notevole รจ anche lโ€™abbigliamento. A differenza di molti atleti greci, generalmente rappresentati nudi, lโ€™Auriga indossa una lunga tunica chiamata xystis, stretta da una cintura alta e fermata da cinghie incrociate per impedire che il tessuto si gonfiasse durante la corsa.
Le sottili pieghe verticali della parte inferiore della veste ricordano le scanalature di una colonna ionica e conferiscono alla figura una stabilitร  quasi architettonica. Nella parte superiore, invece, il tessuto appare piรน morbido e movimentato, creando un raffinato contrasto tra immobilitร  e tensione.
Lโ€™Auriga di Delfi non celebra soltanto una vittoria sportiva. Rappresenta un ideale di dignitร , disciplina e autocontrollo che, dopo quasi duemilacinquecento anni, continua a rendere il suo sguardo incredibilmente umano.

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The Charioteer of Delphi is one of the finest surviving examples of ancient Greek bronze sculpture.
The statue was probably commissioned by Polyzalos, tyrant of Gela in Sicily, to celebrate the victory of his chariot at the Pythian Games, either in 478 or 474 BC.
Originally, the Charioteer formed part of a large sculptural group consisting of a chariot, four horses and probably a stable boy. Only a few fragments of the rest of the monument have survived.
Standing approximately 1.80 metres tall, the life-size statue portrays a young driver in the moment following his victory. He does not celebrate with an exuberant gesture, but remains calm and composed, embodying the Greek ideals of restraint, dignity and self-control.
The sculpture was created by casting several bronze sections separately and then assembling and finishing them with exceptional precision. Silver, glass and copper inlays were used to enhance different details, including the headband, eyelashes and eyes.

The inlaid eyes are among the statueโ€™s most remarkable features. They give the Charioteer an extraordinarily vivid and lifelike expression, a quality rarely preserved in surviving ancient bronzes.
The Charioteer has reached us in exceptional condition, despite the loss of its left arm. Unlike most ancient bronze statues, which were melted down over the centuries so that their metal could be reused, it remained buried beneath debris following a rockfall and landslide, probably connected with the earthquake that struck Delphi in 373 BC.
The catastrophe that destroyed and concealed the monument ultimately protected it from further damage. The statue was rediscovered in 1896 during excavations conducted by the French School at Athens. It was found in three principal sections: the torso with the head, the lower body and the right arm.

Another fascinating feature is its unusual patina. Plutarch described certain bronze monuments at Delphi as having a glossy blue appearance, which he attributed to the particular qualities of the air within the sanctuary.

When the Charioteer was unearthed, its surface displayed striking blue-green tones. Over more than a century of indoor exposure, much of this colour gradually changed into the more familiar green patina, although bluish traces can still be seen on parts of the lower torso and drapery.

The Charioteerโ€™s clothing is equally remarkable. Unlike most Greek athletes, who were commonly portrayed n**e, he wears a long tunic known as a xystis. The garment is fastened with a high belt and crossed straps designed to prevent the fabric from billowing during a high-speed chariot race.
The narrow vertical folds in the lower half of the tunic resemble the fluting of an Ionic column, giving the figure an almost architectural stability. Above the belt, however, the fabric appears softer and more fluid, creating a refined contrast between stillness and movement.
The Charioteer of Delphi does not merely commemorate an athletic victory. It represents an ideal of discipline, dignity and self-control which, almost 2,500 years later, continues to make its expression profoundly human.

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27/08/2026

๐’€๐‘ฐ๐‘ณ๐‘จ๐‘ต๐‘ป๐‘จ๐‘บฬง: ๐‘ฐ๐‘ณ ๐‘ณ๐‘ฌ๐‘ถ๐‘ต๐‘ฌ ๐‘ช๐‘จ๐‘ซ๐‘ผ๐‘ป๐‘ถ ๐‘ซ๐‘ฌ๐‘ณ๐‘ณ๐‘จ ๐‘ญ๐‘น๐‘ฐ๐‘ฎ๐‘ฐ๐‘จ
Nella valle di GรถynรผลŸ, nei pressi di ฤฐhsaniye, nella provincia turca di Afyonkarahisar, giacciono i frammenti di quello che un tempo doveva essere uno dei piรน imponenti monumenti funerari della Frigia.
Conosciuto come YฤฑlantaลŸ, ossia โ€œPietra del serpenteโ€, il sepolcro venne scavato direttamente nella roccia e probabilmente risale al VII-VI secolo a.C. Secondo gli studiosi, in origine poteva essere persino piรน grande e piรน riccamente decorato del vicino monumento di AslantaลŸ.
La struttura fu distrutta in epoca imprecisata, forse a causa di un terremoto o di un altro evento naturale. Enormi blocchi scolpiti precipitarono al suolo, dove si trovano ancora oggi. Su uno di essi รจ visibile il grande rilievo di un leone, fotografato giร  nellโ€™Ottocento e ancora riconoscibile, nonostante secoli di esposizione agli agenti atmosferici.
Il nome YฤฑlantaลŸ deriverebbe da alcune forme erose presenti sui frammenti, interpretate dagli abitanti della zona come teste di serpente. In realtร  sarebbero ciรฒ che rimane delle zampe e degli artigli di due leoni appartenenti alla monumentale decorazione della tomba. Tra le altre immagini scolpite figuravano probabilmente guerrieri armati, posti a guardia dellโ€™ingresso, e una testa di Gorgone.

La fotografia mette a confronto il rilievo nel passato e nel presente: un frammento caduto, ma ancora capace di restituire la potenza e lโ€™abilitร  degli scultori frigi di oltre duemilacinquecento anni fa.

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In the GรถynรผลŸ Valley, near ฤฐhsaniye in the Turkish province of Afyonkarahisar, lie the remains of what was once one of the most impressive rock-cut funerary monuments of Phrygia.
Known as YฤฑlantaลŸ, meaning โ€œSnake Stone,โ€ the tomb was carved directly into the rock and probably dates back to the 7thโ€“6th century BC. According to scholars, it may originally have been even larger and more richly decorated than the nearby AslantaลŸ monument.
The structure collapsed at an unknown time, possibly because of an earthquake or another natural event. Enormous carved blocks fell to the ground, where they can still be seen today. One of them bears the large relief of a lion, already photographed in the 19th century and still clearly recognizable despite centuries of exposure to the elements.

The name YฤฑlantaลŸ probably derives from some eroded shapes on the fragments, which local people interpreted as snake heads. In reality, they are believed to be the remains of the legs and claws of two lions that once formed part of the monumental decoration of the tomb.
Other carvings may have included armed warriors guarding the entrance and the head of a Gorgon.

The photograph compares the relief in the past and today: a fallen fragment that still conveys the power and skill of Phrygian sculptors more than 2,500 years ago.

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26/08/2026

๐‘ณ๐‘จ ๐‘ฝ๐‘ฐ๐‘ณ๐‘ณ๐‘จ ๐‘น๐‘ถ๐‘ด๐‘จ๐‘ต๐‘จ ๐‘ต๐‘จ๐‘บ๐‘ช๐‘ถ๐‘บ๐‘ป๐‘จ ๐‘ต๐‘ฌ๐‘ณ ๐‘ฝ๐‘จ๐‘ณ๐‘ณ๐‘ถ ๐‘ซ๐‘ฐ ๐‘ณ๐‘จ๐‘ผ๐‘น๐‘ถ
Nel cuore della Campania, ai piedi del complesso di San Giovanni in Palco, si conservano i resti di una raffinata villa romana che per secoli rimase nascosta sotto il terreno.
La Villa romana di San Giovanni in Palco, situata nel territorio di Lauro, in provincia di Avellino, venne scavata tra il 1981 e il 1985. La parte oggi conosciuta si estende per circa 1.400 metri quadrati ed era organizzata su diversi livelli, collegati da scale, terrazze e spazi aperti. Il nucleo piรน antico risale alla tarda etร  repubblicana, mentre tra lโ€™etร  augustea e quella tiberiana il complesso venne ampliato e trasformato in una residenza dotata di ambienti termali, sale per i banchetti e raffinati apparati decorativi.
Tra gli ambienti piรน affascinanti figura il ninfeo, uno spazio monumentale legato allโ€™acqua e destinato probabilmente al riposo, alla contemplazione e alla rappresentazione del prestigio del proprietario. Era formato da una grande vasca, unโ€™esedra semicircolare, nicchie e piccole edicole, separate da semicolonne ricoperte da mosaici realizzati con tessere in pasta vitrea.
Quando lโ€™acqua scorreva tra le fontane, le tessere colorate dovevano riflettere la luce creando bagliori e movimenti continui. Non si trattava quindi di una semplice decorazione: acqua, architettura e mosaico erano progettati per fondersi in una scenografia capace di meravigliare gli ospiti.
Nella prima metร  del I secolo d.C. anche il settore termale venne ulteriormente ampliato con un frigidarium per i bagni freddi, un tepidarium e due calidaria riscaldati. Molti ambienti conservavano inoltre pitture parietali e pavimenti in cocciopesto decorati con tessere di marmo.
In etร  tardo-antica la villa venne progressivamente spogliata dei marmi e trasformata per attivitร  produttive: persino lโ€™antica sala da pranzo venne riutilizzata come frantoio. La distruzione definitiva avvenne tra il V e il VI secolo d.C., in seguito agli eventi vulcanici che colpirono anche gli insediamenti di Nola e Avella.
Oggi il ninfeo di San Giovanni in Palco continua a mostrare, attraverso i frammenti dei suoi mosaici, quanto fossero sofisticati gli spazi privati delle รฉlite romane: luoghi nei quali persino lโ€™acqua diventava architettura, luce e spettacolo.

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In the heart of Campania, beneath the complex of San Giovanni in Palco, lie the remains of an elegant Roman villa that remained buried for centuries.
The Roman Villa of San Giovanni in Palco, located near Lauro in the province of Avellino, was excavated between 1981 and 1985. The area discovered so far covers approximately 1,400 square metres and was arranged on several levels, connected by stairways, terraces and open spaces.
The oldest section dates back to the late Republican period, while between the Augustan and Tiberian ages the complex was enlarged and transformed into a luxurious residence featuring baths, banqueting rooms and elaborate decorative elements.
One of its most fascinating areas is the nymphaeum, a monumental space associated with water and probably intended for relaxation, contemplation and the display of the ownerโ€™s wealth and status.
It consisted of a large pool, a semicircular exedra, niches and small architectural structures separated by half-columns covered with mosaics made from coloured glass-paste tesserae.
As water flowed through the fountains, the coloured tesserae must have reflected the light, creating constantly changing flashes and patterns. This was not simply decoration: water, architecture and mosaics were designed to merge into a spectacular setting capable of astonishing the villaโ€™s guests.
During the first half of the 1st century AD, the bathing area was also expanded with a frigidarium for cold baths, a tepidarium and two heated calidaria. Several rooms were decorated with wall paintings and floors made of cocciopesto, embellished with marble tesserae.
In Late Antiquity, the villa was gradually stripped of its marble and adapted for productive activities. Even the former dining room was eventually converted into an olive press.
The complex was finally destroyed between the 5th and 6th centuries AD, following volcanic events that also affected the ancient settlements of Nola and Avella.
Today, the nymphaeum of San Giovanni in Palco continues to reveal, through the surviving fragments of its mosaics, just how sophisticated the private residences of the Roman elite could be: places where even water became architecture, light and spectacle.

Indirizzo

Via Baveno, 22
Turin
10146

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