21/02/2026
… il sabato del villaggio …
Ovvero: il “ board office “ (1) o siamo chi siamo e conoscersi e riconoscersi è un dovere!
Premessa breve ma sostanziale. La “gente” diventa massa informe quando rinuncia a pensare e accetta di essere gregge osservato da un pulcioso cane che non guida ma controlla.
Esistono invece e di contro verso le “persone”, esseri rari che ascoltano oltre il sentire e vedono oltre il guardare, decisi a vivere da autori la propria esistenza e capaci di riconoscere agli altri lo stesso diritto.
Nel dialetto partenopeo, scrivere un aggettivo prima o dopo un sostantivo ad esempio: “ un cane pulcioso ” o “ un pulcioso cane ” cambia prospettiva: nel primo caso è una condizione diffusa e sostanzialmente innocente, nel secondo esiste una responsabilità individuale per scelte precise, siano esse consapevoli o figlie di un divenire tra cause ed effetti a precederle.
E’ una strana notte questa. E’ una di quelle in cui, in questa val di Nievole, nella brezza di un febbraio più marzolino che fedele a sé stesso, io sento stranamente forte il profumo di quel mar Tirreno che, pure, è troppo lontano per essere reale.
E’ una di quelle notti in cui se guardi al cielo, ti viene da pensare che quelle stelle a ricambiare il tuo sguardo, sono le stesse che hanno osservato gli orrori di Treblinka, di Mathausen , di Auschwitz ed allora, improvvisamente ti accorgi che “ aggettivare “ qualcuno o qualcosa tipo l’attività di un uomo, di un governo, di un intero paese ad essere: sospeso/i tra istinto e coscienza, tra paura e libertà, tra bisogno di appartenenza e desiderio di protagonismo è giusto, ma solo se figlio di un’esperienza, di una storia, di un vissuto!
Le persone dovrebbero guardarsi negli occhi, finestre dell’anima che rivelano sincerità e rispetto.
Io ho, sin troppe volte immaginato la morte, stanco del rumore del mondo, lasciando che i pensieri si cullassero in fantasticherie oscure, quasi una resa anticipata al peso dell’esistenza in questo “ luridolercioschifodipaese (crasi eccetera eccetera) “.
Poi, alzando lo sguardo, le stelle mi sono parse preghiere sospese, memoria silenziosa delle tragedie che attraversano la storia e delle indifferenze che abitano le nostre case, i nostri tribunali morali quotidiani, le nostre coscienze distratte.
Ho provato paura: per me, per la famiglia, per chi nascerà in un mondo incerto e già ferito prima ancora di essere compreso. Gli Ulivi del mio intorno, mossi dal vento, sotto una pioggia minacciata ed un vento ad essere quasi una vendetta, nel buio a sembrare infinito mi hanno reso una sensazione come fossero il cammino verso una fine annunciata.
In quella paura ho voluto credere in un dopo capace di giudicare, perché senza giustizia nulla avrebbe senso e l’uomo resterebbe un animale ignaro di sé. E questa che fanno le mie notti insonni: con il loro silenzio rumoroso, restituiscono le domande che il giorno nasconde e che la politica sempre più spesso evita.
Avvicinandomi a questa tastiera ho voluto sperare che il dialogo prevalga sulla vendetta e che la parola possa ancora salvare ciò che la violenza distrugge.
La paura si è attardata e trasformata in una speranza: pentimento dei colpevoli e respiro agli innocenti, che si possa almeno raccontare a quelle che sono sempre le vittime designate.
È in questa fragile speranza che si dovrebbe inserire il dibattito su nuove iniziative internazionali di pace, tra cui il cosiddetto “ board of peace “ evocato come possibile spazio di negoziazione e confronto, ma selettivo e selezionato laboratorio imperfetto di umanità prima ancora che strumento geopolitico.
Ed invece a me resta sempre un dubbio e delle domande a rifinirlo: “ chi ne sono i protagonisti? “; “ qual’è il loro scopo palese o recondito fosse, a muoverli veramente? “. C’è una risposta oggettivamente possibile a queste prime domande? “.
A me, e sia sinceramente detto, pare proprio di no. La Storia passata e soprattutto recente dei protagonisti: quasi tutti esponenti di governi e fare delle libertà individuali sempre più delle vane speranze, e, soprattutto, per ciò che ci riguarda, le attività, le caratteristiche e la storia di questo governo a comandare: giacché governare è davvero un’altra faccenda!, mi lasciano decisamente perplesso.
Così la riflessione personale si apre al piano collettivo. La pace non è una parola retorica da spendere per nascondere un intento affaristico e comunque prevaricatore, ma è fatica quotidiana, esercizio di ascolto e riconoscimento reciproco, scelta controcorrente rispetto alla seduzione della forza.
Sperare diventa gesto politico prima ancora che morale, essendo l’unica resistenza al cinismo più dilagante e diffuso!
Restare persone tra la gente significa non rinunciare al dubbio, alla compassione e alla responsabilità, anche quando il mondo sembra correre verso la propria stanchezza morale. Al momento è solo una speranza dunque! Altrimenti fosse che altro resterebbe se non continuare a credere
che l’uomo deve ancora scoprire sé stesso o sarà solo una corsa all’ultima definitiva notte?
Francesco
continua domani
Foto: Quotidiano Nazionale